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INTRODUZIONE
La Spondilite Anchilosante (SA), con l’artrite reattiva, alcune
forme di artrite psoriasica, le artriti associate a malattie infiammatorie
intestinali (morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa) e le spondiloartriti
indifferenziate, fa parte del gruppo delle spondiloartropatie (SpA).
Tra queste, è certamente la patologia maggiormente comune e con
il decorso più severo. (1) La SA è una malattia reumatica
infiammatoria sistemica che coinvolge prevalentemente le articolazioni
spinali e sacroiliache. Tale condizione è responsabile di dolore
lombare, rigidità, (Fig. 1) ma anche di notevole riduzione della
capacità funzionale articolare con gravi conseguenze sugli aspetti
socio-economici. (2) Il “management” della SA comporta una
stretta educazione del paziente, e un programma di attività fisica
regolare di concerto con l’utilizzo dei Farmaci Antinfiammatori
Non Steroidei (FANS).
Una seconda linea di trattamento, specie (e non solo) nei casi in cui
la malattia è particolarmente severa e refrattaria ai soli FANS,
è rappresentata dalla SULFASALAZINA, che ha dimostrato, in parecchi
“trials” clinici, essere efficace e ben tollerata in quei
pazienti con (prevalente) artrite periferica. (2,4)
Purtroppo la SA è una malattia che beneficia di poche opzioni terapeutiche,
ed il paziente affetto dalle forme maggiormente invalidanti risulta di
difficile gestione. (3)
EPIDEMIOLOGIA
Nel gruppo delle malattie reumatiche infiammatorie, la SpA è la
diagnosi più comune dopo l’artrite reumatoide. La sua prevalenza
è stata a lungo sottostimata. La SA e le SpA indifferenziate (uSpA)
sono i sottogruppi più comuni nei paesi occidentali.
La SA ha un'incidenza 3 volte maggiore nel sesso maschile ed esordisce
in genere in pazienti di età compresa tra i 20 e i 40 anni. È
10-20 volte più frequente in parenti di primo grado di pazienti
con SA, rispetto alla popolazione generale e l'aumentata prevalenza dell'Ag
tissutale HLA-B27 nei bianchi o dell'Ag HLA-B7 nei neri, suggerisce una
predisposizione genetica, benché fattori ambientali possano svolgere
un ruolo significativo. Si stima che il rischio potenziale di sviluppare
la SA, per individui con HLA-B27 positivi, è di circa il 20%.
ETIOPATOGENESI
La patogenesi della SA è ancor oggi poco conosciuta, anche se i
meccanismi della risposta immuno-mediata coinvolgenti l’antigene
leucocitario umano (HLA)-B27, gli infiltrati cellulari infiammatori, le
citochine ad attività pro-infiammatoria (TNF-a e IL-10) e i fattori
genetici ed ambientali sembrerebbero avere un ruolo chiave. (5)
Le ipotesi patogenetiche sono senza alcun dubbio in continua evoluzione;
in particolare, le teorie immunologiche, che chiamano in causa una cross-reazione
tra proteine “self” e peptidi batterici, alimentano sempre
più il concetto secondo cui, batteri in fase di latenza, residenti
in macrofagi e cellule dendritiche, andrebbero incontro a una riattivazione
attraverso un processo facilitato e promosso dall’HLA-B27. In tale
contesto, l’HLA, sarebbe soggetto a una sorta di sfaldamento, che
determinerebbe una diminuzione delle capacità proprie di presentazione
di peptidi batterici al sistema immune, stimolando così macrofagi
e cellule dendritiche infette. La migrazione di queste cellule ai tessuti
bersaglio della SA, specie nel midollo localizzato vicino le entesi, potrebbe
facilitare la riattivazione di batteri (dominanti) intracellulari creando
un favorevole ambiente citochinico. Tale ambiente, potrebbe includere
alti livelli di TGF-beta e IL-10, presenti anche in altri siti cosiddetti
bersaglio e, quindi, privilegiati dalla risposta del sistema immune come
ad esempio l’occhio (segmento anteriore). La riattivazione, teoricamente,
potrebbe essere bloccata da una risposta locale da parte dei CD4+ e/o
CD8+ (cellule T) all’infiammazione (in loco) responsabile delle
manifestazioni cliniche. Miglioramenti nella comprensione dei meccanismi
che conferiscono ad alcuni ceppi batterici una potenziale forza per la
persistenza all’interno di cellule, includenti i macrofagi, potrebbero
aprire la via a nuovi e maggiormente efficaci approcci terapeutici. (6)
L’HLA-B27 è certamente importante e significativo in quanto
presente in circa il 90% dei pazienti affetti da SA; ma come questo marker
genetico conferisca la malattia o la suscettibilità allo sviluppo
è ancora assai poco conosciuto. Studi recenti su famiglie e gemelli
affetti da SA hanno mostrato che geni addizionali non-HLA-B27 sono necessari
per lo sviluppo della malattia. In tale apparente controversia si inserisce
il ruolo di agenti esogeni inizianti il processo infiammatorio cronico
che non sono stati chiaramente identificati, anche se klebsiella pneumoniae
rimane una dei forti candidati; il microrganismo potrebbe agire attraverso
il canale intestinale, specie in quei pazienti che mostrano interessamento
enterico di tipo infiammatorio. (7)
Assai recentemente, in considerazione della frequenza e della severità
della malattia che è preponderante nel sesso maschile, è
stato implicato nell’etiologia della SA il ruolo degli steroidi
androgeni. 9 In conclusione, si può affermare senza grandi difficoltà,
come la SA sia caratterizzata dalla più forte associazione con
un antigene dell’HLA mai descritta per alcuna patologia; essa rappresenta,
pertanto, il modello ideale per la comprensione dei legami tra le malattie
immuno-mediate ed il sistema HLA. (8)
CLINICA
Il sintomo d'esordio più frequente è la lombàgo,
sebbene la malattia possa iniziare in modo atipico con un interessamento
delle articolazioni periferiche, particolarmente nei bambini e nelle donne;
raramente esordisce con una irite acuta (uveite anteriore). Altro sintomo
iniziale, ma meno comune, potrebbe essere la diminuzione dell'espansibilità
toracica, risultante dall'interessamento diffuso delle strutture costo-vertebrali
e/o costo-sternali; sintomi aspecifici come febbricola e astenia, e assai
più rari come anoressia, perdita di peso e anemia, generalmente
ipocromica-microcitica (presente in forme evolute, tipicamente associata
a malattie croniche infiammatorie) rappresentano altre manifestazioni
non comuni.
I criteri diagnostici per la spondilite anchilosante risalgono al 1984,
ovvero i criteri di New York modificati. (Tabella 1)
La lombàgo, più spesso notturna e di varia intensità
in ragione dell’aggressività della malattia, insieme con
la rigidità mattutina che in modo caratteristico si allevia con
il movimento, sono sintomi presenti nella quasi totalità della
SA, o perlomeno, nelle forme sicuramente più aggressive. Il mantenimento
di una postura in flessione o inclinata in avanti migliora la lombalgia
e lo spasmo dei muscoli paraspinali, pertanto, è comune una cifosi
di vario grado.
Tabella
1: Criteri diagnostici di “New York modificati” per la Spondilite
Anchilosante
1. Dolore lombare che migliora con il movimento e non scompare al riposo
2. Riduzione della mobilità lombare sul piano sagittale e frontale
3. Riduzione della espansibilità polmonare in rapporto al sesso
e alla età
4. Sacroileite bilaterale di grado 2-4
5. Sacroileite monolaterale di grado 3-4
Diagnosi definita se: sacroileite monolaterale di grado 3-4, o sacroileite
bilaterale di grado 2-4 associata ad un qualunque criterio clinico
In
circa 1/3 dei pazienti sono riscontrabili manifestazioni sistemiche che
variano da ricorrenti episodi di irite acuta, abitualmente autolimitantesi
(uveite anteriore) raramente tanto gravi da danneggiare la vista, a segni
neurologici come radicoliti o sciatalgie da compressione, fratture o sublussazioni
vertebrali, la sindrome della “cauda equina” (impotenza funzionale,
incontinenza urinaria notturna, diminuzione dello stimolo alla minzione
e alla defecazione, assenza dei riflessi achillei).
Assai meno comuni le manifestazioni cardiovascolari tra cui l’insufficienza
aortica, rari episodi di angina, pericardite e anomalie di conduzione
all'ECG. L'interessamento polmonare è molto raro (fibrosi del lobo
superiore).
La SA è caratterizzata da accessi di spondilite, di lieve o moderata
intensità, alternati a periodi silenti.
In questi pazienti, è di fondamentale importanza la valutazione
clinico-strumentale della malattia attraverso la definizione degli “outcomes”
per la SA. (Tabella 2)
Tabella
2: Definizione degli “outcomes” per la Spondilite Anchilosante
ATTIVITÀ DI MALATTIA BASDAI, VAS dolore
FUNZIONE FISICA BASFI, BASMI, DFI, HAQ-S
STATO DI SALUTE GLOBALE BAS-G
“OUTCOMES” RADIOLOGICI BASRI SASS
Il
BASDAI (Back Ankylosing Spondylitis Disease Activity Index) combina la
stima della mobilità spinale e della funzionalità articolare
delle sacroiliache; esso consta dei seguenti “items”:
ß Distanza trago-parete;
ß Flessione lombare (Schober’s
test);
ß Rotazione cervicale;
ß Flessione spinale laterale;
ß Distanza intermalleolare.
Secondo gli strumenti ASAS per la valutazione della malattia (Van der
Heijde D. et al. AnnRheumDisease2002;61(Suppl.3):24-32) è possibile
distinguere tra domini e strumenti per la valutazione degli stessi. (Tabella
3)
Tabella
3: Domini e Strumenti ASAS
Funzione fisica BASFI, Dougados Functional Index
Dolore VAS ultima settimana (spinale) la notte VAS spinale (no restrizioni)
Mobilità Spinale Espansione toracica (cm), Schober modificato,
distanza occipite-parete
Stato di salute globale del paziente VAS: ultima settimana
Rigidità Durata al mattino (min), rachide ultima settimana
Articolazioni periferiche/entesiti N° di articolazioni tumefatte
Reattanti della fase acuta (VES)
Rx del rachide AP e lombare laterale
Rx del bacino AP e lombare laterale
Fatica
Il
test di Schober consiste nell’identificare un punto che si trova
equidistante in una linea immaginaria che unisce le spine iliache postero-superiori
mentre il paziente è in posizione ortostatica, segnare un ulteriore
punto 10 cm superiormente al precedente e chiedere al paziente di flettersi
in avanti al massimo delle sue possibilità. Con il rachide in massima
flessione, misurare la distanza tra i due punti. La distanza normale è
≥15 cm.
RADIOLOGIA
Tipiche sono le alterazioni
radiologiche, specie, in fase avanzata della malattia che comprendono
quadri di sacroileite mono o bilaterale, erosioni e sclerosi ossea reattiva
(opacità dell’osso subcondrale) che risulta generalmente
più evidente sul versante iliaco dell’articolazione. Tipiche
dello scheletro assile sono le alterazioni determinate dalla flogosi degli
strati superficiali dell’anulus fibrosus, nelle sedi di inserzione
ai margini dei corpi vertebrali con induzione di una sclerosi ossea reattiva
(“angoli splendenti”) ed il conseguente riassorbimento osseo
(erosioni). Al termine di questo processo il corpo vertebrale tende ad
assumere l’aspetto della vertebra “squadrata” (radiogrammi
in proiezione latero-laterale); pertanto si assiste alla graduale formazione
di “ponti” ossei intervertebrali chiamati sindesmofiti. Alterazioni
di tipo infiammatorio coinvolgono spesso anche le articolazioni interapofisarie
che a loro volta vanno incontro ad anchilosi; il tutto può essere
complicato dalla ossificazione dei legamenti interspinosi. Nel loro complesso,
queste modificazioni, sono responsabili dell’anchilosi completa
della colonna (“colonna a canna di bamboo”) che si manifesta
soprattutto in pazienti con spondilite di lunga durata (7-10 aa) ed in
stretta dipendenza all’aggressività della malattia stessa.
L’osteoporosi della colonna, sebbene compaia più frequentemente
in pazienti malati da lungo tempo, si può anche sviluppare nelle
fasi precoci.
TERAPIA
Fondamentalmente la terapia della spondilite anchilosante si fonda sull’utilizzo
di Farmaci Anti-infiammatori Non Steroidei (FANS). Tra i più efficaci
e maggiormente utilizzati l’INDOMETACINA, il DICLOFENAC, l’IBUPROFENE,
il KETOPROFENE, il NAPROSSENE.
Le molecole appartenenti a questa grande famiglia di farmaci sono ragionevolmente
tutte utilizzabili, a dosaggi variabili, nel tentativo di conservare un
accettabile rapporto tra efficacia e i potenziali (e/o reali) effetti
tossici.
Negli ultimi anni, molte segnalazioni di beneficio clinico, perlomeno
per le forme associate ad artrite periferica (o prevalente), sono pervenute
riguardo la SULFASALAZINA, vecchio salicilato utilizzato un tempo per
le malattie infiammatorie dell’intestino (oggi è preferita
la mesalazina, figlia legittima). (2, 4)
La dose iniziale è una compressa/die (500 mg), preferibilmente
a stomaco pieno, per una settimana, aumentando di una cpr ogni 7 giorni
fino ad una dose di mantenimento che può variare da 1-2 gr (2-4
cpr) di SULFASALAZINA/die, in ragione della risposta del paziente (efficacia/tossicità);
1 alcuni clinici preferiscono, in casi particolarmente resistenti, aumentare
il dosaggio fino a 2-3 gr/die (4-6 cpr), magari in associazione con un
FANS, e comunque, tale scelta associativa, è generalmente una costante
per la terapia della SA. Per tale ultima ragione, è consigliabile
prevenire eventuali gastropatie attraverso la contemporanea somministrazione
di gastroprotettori (misoprostolo, anti-acidi, inibitori di pompa, etc..);
è altresì consigliabile, controllare periodicamente la crasi
ematica almeno nei primi due mesi di terapia con SULFASALAZINA.
Altri farmaci di fondo (DMARD’s) come METHOTREXATE, AURANOFIN, IDROSSICLOROCHINA,
AZATIOPRINA, LEFLUNOMIDE e CICLOSPORINA sono da sconsigliare in quanto
non esistono studi sulla loro comprovata efficacia.
Gli steroidi sono sicuramente un capitolo controverso; vi sono rare circostanze
in cui un loro impiego (topico) nella SA potrebbe essere giustificato,
ma in linea generale, sono sicuramente da sconsigliare per la ridotta
efficacia rispetto ai FANS e gli effetti collaterali non indifferenti,
specie sul metabolismo osseo.
Di recente una nuova terapia per la SA ha drasticamente trovato grande
spazio, perlomeno per le forme severe, molto aggressive, e quindi refrattarie
alle poche armi terapeutiche fino ad oggi a disposizione.
Un anticorpo monoclonale anti-TNFa, INFLIXIMAB (REMICADE – SCHERING
PLOUGH”), molecola nata come terapia per il morbo di Crohn (MC),
è estremamente efficace e ben tollerata anche nell’artrite
reumatoide (AR); in commercio in Italia dalla fine del 2000 con l’indicazione
per entrambe le patologie, ed utilizzata in vari trials clinici per altre
patologie dove il TNFa, citochina ad attività pro-infiammatoria,
è stato dimostrato avere un ruolo pilota e centrale in quella che
è la cosiddetta cascata infiammatoria, del tutto recentemente,
sempre più numerose evidenze cliniche, hanno portato all’utilizzo
di INFLIXIMAB nel trattamento della SA. (1, 10)
Dal 2003, tra le indicazioni all’uso del farmaco è presente
anche la SA, insieme con il MC e l’AR.
INFLIXIMAB (farmaco in fascia H) è esclusivamente somministrabile
in ambiente ospedaliero, solo presso presidi con autorizzazione ministeriale
(Reumatologia e/o Immunologia autorizzati). La via di somministrazione
è esclusivamente infusionale (endovenosa), anche se evidenze cliniche
recentissime, riportano successi nella terapia infiltrativa di INFLIXIMAB
(100 mg/iniezione intrarticolare da ripetere dopo 24h) in pazienti affetti
da AR con mono-oligoartrite resistente ai tradizionali trattamenti. 16
I protocolli di somministrazione sono sostanzialmente due con efficacia
sostanzialmente sovrapponibile; (11, 12) una prima scelta è riconducibile
alle esperienze con i tempi di somministrazione per l’artrite reumatoide,
ovvero la prima somministrazione a tempo 0 poi 2^, 6^ settimana (fase
induttiva) ed ogni 2 mesi (mantenimento). In ragione della risposta individuale
del paziente è possibile ridurre (più frequentemente) fino
a 45-50 gg o aumentare (non si hanno precise evidenze in tal senso) l’intervallo
di somministrazione tra due dosi di INFLIXIMAB (periodo di mantenimento).
(12) Altra tipologia di somministrazione per la SA secondo i trials clinici
risulta una infusione ogni 6 settimane. (11)
Per l’utilizzo di INFLIXIMAB sono aperte delle riflessioni che nascono
dalle evidenze cliniche e dalle conoscenze scientifiche. In primis ci
si chiede, come peraltro per i tradizionali DMARD’s, per quanto
tempo bisogna continuare la terapia con questa molecola che nasce con
mire di grande immunosoppressione (certamente superiore alle terapie convenzionali),
ma che dal suo utilizzo sembrerebbe avere, ancor prima, una potentissima
azione anti-infiammatoria (confermata anche e soprattutto dall’azione
diretta, volta al blocco del TNFa); seconda riflessione, ma non per importanza
inferiore, quale siano gli effetti a lungo termine di questo farmaco con
attività diretta anti-TNFa citochina certamente ad azione pro-infiammatoria,
ma con azioni fisiologiche notevolmente importanti a carico di organi
ed apparati (fattore di necrosi tumorale, attività protettiva nei
confronti delle ischemie, specie miocardiche, quindi interattività
con l’azione del nitrossido endogeno, etc..).
Del tutto recentemente, si è prospettato l’utilizzo nella
SA anche di un altro farmaco con azione anti-TNFa, ETANERCEPT (ENBREL
– WYETH LEDERLE”), con diverse modalità di somministrazione
per via, dose e intervallo (sottocutanea, 25mg due volte la settimana;
presto anche una nuova formulazione di 50mg in un'unica somministrazione
settimanale) e con efficacia assolutamente sovrapponibile ad INFLIXIMAB
per quel che riguarda l’artrite reumatoide, ma a differenza di quest’ultimo,
in attesa dell’autorizzazione ministeriale per l’inserimento
tra le indicazioni ufficiali, il trattamento della spondilite anchilosante
(probabilmente entro i primi mesi del 2004).
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