MA.R.I.C.A
Malattie Reumatiche Infiammatorie Croniche e Autoimmuni
ASSOCIAZIONE
BRESCIANA ARTRITE REUMATOIDE
A.B.A.R.
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INIZIATIVE E ATTIVITA’ DELL’ABAR QUARTA
La
quarta
assemblea, svoltasi l’8 maggio 1999, dopo l’approvazione dei bilanci
consuntivo del 1998 e preventivo del 1999, ha visto una attenta partecipazione
dei nostri Soci alle relazioni presentate dal professor Roberto Cattaneo
e dal dottor Roberto Gorla sui problemi clinici della A.R. In particolare
ha suscitato attenzione e speranza la notizia di nuovi farmaci in via
di sperimentazione, farmaci di cui si parla anche in questo volumetto. IL SERVIZIO Il
5 agosto, nella sala consigliare dell’Ospedale Civile, è stata convocata
una conferenza stampa per annunciare la nascita del Comitato ai rappresentanti
dei mezzi di informazione della città e della provincia. I
PROBLEMI L’ARTRITE
REUMATOIDE DELLA SPALLA E DEL GOMITO
Caviglia,
sacroiliache, interfalangee distali, sternoclaveare <5% Praticamente
indenni rachide dorsale e lombare. Le tenosinoviti, soprattutto alle
mani, sono costanti. Le lesioni reumatoidi di spalla
e gomito comportano, quando il danno è evoluto, delle serie ripercussioni
sul piano funzionale. Perché allora nell’opinione corrente (dei reumatologi
e degli ortopedici, non certo dei pazienti!) la spalla e il gomito
sono stati e sono tuttora poco considerati come localizzazioni «principali»
di artrite reumatoide? Per una serie di motivi. Il
primo è dovuto alle modalità
di esordio di una A.R. che ignora quasi sempre la spalla e il gomito,
se è vero che nel 70% dei casi inizia come oligoartrite distale, cioè
alle estremità di un arto. Infatti solitamente la malattia interessa
all’inizio simmetricamente il polso o le articolazioni metacarpofalangee
(soprattutto la 2a e la 3a) o le interfalangee prossimali o l’avampiede.
Un esordio detto «rizomielico», cioè prossimale perché interessa le
anche o le spalle, è si possibile, ma più raro (5% dei casi), sempre
dopo la sessantina e pone, per la sua rarità, un problema diagnostico
difficile con la pseudopoliartrite rizomielica. Il
secondo motivo è che nella fase successiva, detta artrite conclamata
o «di stato», pur essendo come già detto molto frequente la localizzazione
alla spalla e, anche se in misura minore, al gomito, solitamente queste
localizzazioni sono ben tollerate (contrariamente a quanto avviene per
altri distretti come il piede, il ginocchio o l’anca). Le
ragioni di questa tollerabilità sono molte: ·
innanzitutto perché la spalla, pur presentando una progressiva
rigidità, lamenta solo una limitazione dolorosa dei movimenti di abduzione
ed extrarotazione, che il paziente riesce a compensare a lungo utilizzando
l’articolazione scapolotoracica o utilizzando l’arto controlaterale
quando è indenne (anche se le localizzazioni sono bilaterali nell’88%
dei casi); ·
altro elemento non trascurabile è che il dolore alla spalla
diventa veramente grave se si porta la mano al di sopra della spalla,
movimento che, per quanto importante, non è certo fondamentale rispetto
ad altri movimenti, con il braccio abbassato o moderatamente sollevato. Per
quanto riguarda il gomito ci sono almeno tre giustificazioni che rendono
ragione di questa tollerabilità della lesione rispetto ad altre localizzazioni: ·
nel gomito, come per ogni localizzazione all’arto superiore,
quando l’interessamento è monolaterale, il paziente utilizza il gomito
opposto; ·
oppure utilizza le articolazioni sopra o sottostanti; · e comunque, anche in caso di lesione avanzata, è conservata una certa mobilità nel settore utile o funzionale. Terzo
motivo, non meno importante, è che l’aspetto inestetico di
altre localizzazioni (ad esempio le mani) o il grave danno funzionale
di queste localizzazioni (mano, anca, ginocchio, piede, rotture tendinee
etc.) fa passare in secondo piano le lesioni alla spalla e al gomito.
A questo punto, purtroppo, entra in gioco probabilmente anche una certa
responsabilità del chirurgo. In che senso? Per rispondere, bisogna ricordare
che nella maggior parte dei testi di chirurgia ortopedica vengono enunciate
e spesso sottolineate, per la chirurgia del paziente affetto da artrite
reumatoide, le seguenti regole, a mio avviso in buona parte corrette: a) in certi pazienti la gravità dei danni a molte articolazioni
ridimensiona le ambizioni chirurgiche. L’indicazione chirurgica pertanto
non sempre è ricostruttrice ma funzionale, cercando cioè almeno di ripristinare
una funzione perduta anziché ricostruire un’articolazione distrutta; b)
nella pianificazione chirurgica,
dovendo spesso il paziente essere sottoposto a interventi plurimi in
varie sedi (ad esempio le anche, le ginocchia, i polsi, le mani) bisogna
considerare anche gli imperativi psicologici. Ciò significa che bisogna
aiutare il paziente, guadagnando la sua fiducia, con una serie di interventi
«vincenti», cioè di quasi sicuro risultato e con il minore impegno fisico
e mentale del paziente stesso. In quest’ottica sono vincenti gli interventi
di sinoviectomia articolare al polso o le artrodesi parziali del polso
con resezione della testa ulnare o l’artrodesi mediofalangea del pollice
o la chirurgia dell’avampiede o le artroprotesi dell’anca. Dare inizio
ad un programma chirurgico in un paziente «nuovo» con delle protesi
delle metacarpofalangee della mano con risultati incerti o talora negativi
è un grave errore: probabilmente il paziente non si farà più operare
per lungo tempo anche sulle altre articolazioni! In questo contesto
la chirurgia della spalla e del gomito costituisce una chirurgia poco
vincente o almeno lo è stata di certo fino a qualche anno fa. Perché questo? Soprattutto per tre motivi, interdipendenti tra loro: 1) per molti anni l’unico intervento proposto alla spalla e
al gomito è stata l’artroprotesi; 2) la qualità di queste protesi era decisamente inferiore a
quelle dell’anca e del ginocchio, con risultati meno buoni rispetto
all’arto inferiore; 3) la confidenza del chirurgo ortopedico con la spalla e il
gomito era, per motivi storici e tecnici, molto minore rispetto alle
altre grosse articolazioni del corpo, per cui il chirurgo ha in parte
la responsabilità di non aver «caldeggiato» questa chirurgia. Oggi
le cose sono cambiate e cercherò di esporvi cosa penso rispetto all’artrite
reumatoide del gomito e della spalla ed al suo trattamento. GOMITO E SPALLA REUMATOIDI Gomito
e spalla costituiscono una unica struttura funzionale che lavora in
sinergismo per fare da supporto logistico alla mano. Questo «insieme
funzionale spalla-gomito» è stato classificato in 7 livelli di funzione
da Mahile e Allieu: Livello 0: non
si può spostare la mano; Livello 1: la mano può essere spostata a un orifizio digestivo; Livello 2: la mano può arrivare alla bocca e al perineo
anteriore
o posteriore; Livello 3:
la mano può arrivare alla bocca e al perineo anteriore e posteriore;
Livello 4: uguale al livello 3 + alla testa o alla nuca;
Livello 5:
uguale al livello 3 + alla testa e alla nuca; Livello 6: uguale a livello 5+ all’esterno (sono presenti abduzione + extrarotazione della spalla ed estensione +
supinazione del gomito). Come
già detto, esso tollera bene una lesione reumatoide. La diagnosi all’inizio
deve essere fatta sulla base di una attenta raccolta dei dati anamnestici
(dolore, limitazione funzionale, scrosci dolorosi) e un accurato esame
clinico. Fondamentale è la palpazione per ricercare un panno sinoviale
della radio-ulnare o della radio-omerale con scrosci dolorosi in supinazione.
Importante, nelle sinoviti evolute, l’interessamento del nervo ulnare
alla doccia epitrocleo-olecranica, che si manifesta con parestesie o
dolore al 4°-5° dito e difficoltà ai movimenti fini della mano. Gli
esami radiologici usuali vanno fatti in proiezione standard e integrati
con scansioni TAC in supinazione e pronazione, che mostreranno nelle
forme iniziali una demineralizzazione ossea ed un assottigliamento dell’
interlinea articolare. B) Nelle forme più evolute, dove il dolore è importante, il
panno sinoviale è clinicamente presente, con interessamento del nervo
ulnare, e con limitazione funzionale, è indicata la chirurgia che fino
ad oggi non è mai stata frequentemente affrontata. In queste fasi sintomatiche,
con buon movimento e senza instabilità, anche se c’è radiologicamente
una lesione articolare avanzata (non avanzatissima), è possibile fare
una sinoviectomia, preferibilmente a cielo aperto, cioè chirurgica,
con una incisione mediale associata eventualmente a una controincisione
radio-omerale, dove normalmente è necessaria una resezione del capitello
radiale, per recuperare una buona supinazione. All’intervento seguirà
una prolungata rieducazione che permetterà di ottenere buoni risultati. C) Esistono poi i casi più gravi che si possono suddividere
in due tipi: 1) evoluta distruzione articolare con gomito rigido o quasi.
Solitamente il blocco articolare riduce o annulla il dolore. In questi
casi è di regola l’astensione terapeutica, a condizione che il gomito
sia rigido in posizione di funzione della mano, cioè in pronazione e
in estensione tra 90° e 135° 2) se invece il gomito presenta una evoluta lesione
articolare con instabilità dolorosa (situazione opposta alla rigidità)
c’è impotenza funzionale grave ed allora è indicato un intervento di
artroprotesi. Grandi progressi sono stati fatti in questo settore dove
ormai sono a disposizione molti modelli che solitamente sostituiscono
l’articolazione omeroulnare. Sono protesi moderne che hanno ormai superato il
concetto delle protesi «a cerniera» metallo-metallo, soggette a frequenti
fenomeni di scollamento e sono raggruppate in due categorie, rappresentate
dalle protesi semivincolate (GSB III, Mayo etc.) e dalle protesi di
rivestimento, simili a quelle di scivolamento del ginocchio. I risultati
di queste protesi
sono molto buoni. Resta comunque il fatto che l’indicazione alla protesi
si deve limitare alla A.R. evoluta, con instabilità e non si devono
invece dimenticare in tutti gli altri casi i buoni risultati ottenibili
con una semplice sinoviectomia. La
localizzazione alla spalla, come già detto molto frequente e spesso
bilaterale, può interessare tutti gli elementi dell’articolazione: la
borsa sotto acromiale, le articolazioni acromion-claveare, scapolo omerale
e, meno frequentemente, la sterno-claveare. In
realtà l’A.R. colpisce classicamente due settori:
·
l’articolazione subacromiale, cioè la cuffia dei tendini
extrarotatori. a) all’inizio è presente
un interessamento ad entrambi i livelli (con sinovite scapolo omerale
e borsite subacromiale, associata quest’ultima a sinovite dei tendini
extrarotatori). C’è dolore, aggravato dai movimenti ai gradi estremi
e progressiva limitazione funzionale (soprattutto limitate sono l’abduzione
e l’extrarotazione). Radiologicamente è presente solo una modesta riduzione
dell’interlinea articolare scapolo-omerale. Il trattamento è conservativo
con chinesiterapia contro la rigidità e farmaci contro il dolore e l’infiammazione.
Se la sintomatologia resta sotto controllo, non si modifica il trattamento. b) Se
invece il dolore aumenta e
la rigidità si aggrava, c’è il rischio che il quadro sfugga di mano, con l’insorgenza della «spalla congelata», con
la seguente evoluzione: > dolore,
quindi > rigidità, quindi > contrattura capsulolegamentosa e ulteriore rigidità della
spalla che viene mantenuta accanto al corpo. L’immobilità porta all’irrigidimento
del gomito in flessione e rigidità del polso e delle dita. Radiograficamente
c’è un aggravamento della sinovite scapolo-omerale e subacromiale. In
modo particolare, se si aggrava l’usura cartilaginea scapolo-omerale,
c’è una risalita della testa omerale che provoca una sindrome da conflitto
doloroso tra grande tuberosità e acromion. In questa fase, se si interviene in tempo, si blocca la malattia e si evita
la successiva rottura della cuffia dei tendini extrarotatori. L’intervento
è la sinoviectomia, artroscopica o non, della scapolo-omerale e della
sottoacromiale (dove si deve eseguire una bursectomia). Alla sinoviectomia
deve seguire una prolungata chinesiterapia (alcuni mesi) e questo arresta,
per molto tempo o per sempre, la malattia in questa sede. c)
Se invece il danno sinoviale prodotto dal panno reumatoide
è evoluto, c’è grave distruzione della articolazione scapoloomerale
e risalita della testa omerale con lesione associata della cuffia dei
rotatori (quest’ultima statisticamente presente in non più del 30% dei
casi di grave artrite). Radiograficamente abbiamo tre possibili quadri: ·
Forma
secca: con sclerosi ed osteofiti simili all’artrosi; ·
Forma
umida: con abbondante erosione articolare dovuta al panno sinoviale; ·
Forma
umida con riassorbimento: con perdita pressoché totale della testa e della
glenoide con migrazione centrale della testa omerale detta «centralizzazione». In
questi casi non è possibile la sinoviectomia, ma solo un’artroprotesi.
Oggi si usano le protesi non vincolate tipo Neer o similari che possono
offrire ottimi risultati sul dolore e discreti sulla funzione, a condizione
che il paziente accetti dopo l’intervento di sottoporsi a mesi di riabilitazione
muscolare ed articolare. Ovviamente,
più avanzata è la distruzione ossea e più facili sono le complicazioni
(10-12%), rappresentate da scollamenti (soprattutto della porzione scapolare
della protesi) e/o infezioni. Sicuramente oggi è in atto una frenetica attività di ricerca, anche sulla
base dei grossi interessi economici in gioco, per migliorare le protesi
di spalla e ciò consentirà in futuro di trattare con sempre maggior
disinvoltura l’artrite reumatoide di questa articolazione, troppo a
lungo trascurata. Sicuramente
c’è una norma ben precisa per cui va data la priorità assoluta agli
arti inferiori, partendo dal piede e risalendo poi al ginocchio e all’anca,
mentre per gli arti superiori bisogna partire prossimalmente, cioè dalla
spalla e scendere poi fino alla mano. Non serve a nulla correggere una
mano se essa non può essere utilizzata a causa di una cattiva spalla
o di un cattivo gomito. Per
quanto riguarda i tipi di intervento, in particolare le sinoviectomie,
se correttamente eseguite non solo tecnicamente ma anche nel rispetto
delle indicazioni, hanno un notevole significato sia nel trattamento
del dolore e della funzione che nell’arresto della malattia. Nei
casi evoluti, dove la sinoviectomia non è possibile, esistono protesi
sempre più moderne, tali da fare presagire alle soglie del 2000 una
nuova era. Bisogna infine sfatare il preconcetto che la chirurgia in
questi distretti porti sempre rigidità. Certamente questo è un rischio
non trascurabile nella Artrite Reumatoide, ma basta che si esegua un
corretto e prolungato programma riabilitativo in ambiente specialistico
per fare sì che i risultati siano soddisfacenti.
IMPORTANZA
DEL TRATTAMENTO RIABILITATIVO
NEI PAZIENTI AFFETTI DA A.R. Dr.ssa PAOLA BEITINI - ISTITUTO CLINICO
CITTA’ Ho avuto la fortuna di
frequentare per circa quattro anni il Servizio di Immunologia clinica
degli Spedali Civili e di poter conoscere da vicino le problematiche che
affliggono un individuo affetto da artrite reumatoide. Ho conosciuto, anche se in minima parte, quali possono essere le gravi complicazioni
invalidanti legate a questa patologia e quanto possa in certi casi essere
difficile il controllo dell’evoluzione della malattia. L’occasione di conoscere la Riabilitazione mi ha aiutato nel comprenderne
l’importanza, specie nel campo di quelle patologie che determinano per
la persona la perdita della propria autonomia funzionale. L’A.R. porta
il paziente a una situazione in cui non riesce ad adempiere completamente
alle comuni attività della vita di tutti i giorni. Le alterazioni a livello articolare
determinano infatti mancanza di forza, dolore, limitazione funzionale
e deformità. Tutto ciò porta il paziente a dover drasticamente ridimensionare
il proprio progetto di vita, inteso come lavoro, relazioni sociali, attività
ricreative e ludiche. Accanto al trattamento medico si rende quindi necessario
un adeguato programma riabilitativo che miri fondamentalmente a conservare
o a restituire al paziente affetto da AR funzioni sicure che possano assicurargli
il massimo dell’autonomia per il più lungo tempo possibile. Il trattamento riabilitativo, in questo senso, mira a contenere il danno articolare
entro limiti accettabili e compatibili con la vita del paziente stesso.
Data l’unicità dell’individuo e le diverse fasi della malattia, non si
può parlare di un trattamento «tipo» per il paziente affetto da AR. In
tal senso è fondamentale una conoscenza della storia clinica e dell’evoluzione
della malattia. E importante definire la fase della malattia stessa, in
quanto l’approccio in fase acuta è sostanzialmente differente rispetto
alla fase subacuta o cronica. IN FASE ACUTA 2.
Allineamento posturale corretto, in rilasciamento rispettando l’isometria
muscolare. 3.
Utilizzo di terapia fisica a scopo antalgico e antiflogistico. 2.
Terapia antalgica e decontratturante. 2.
Esercizio terapeutico prima passivo e poi attivo, per il recupero
dell’escursione articolare, la ripresa della forza e della resistenza
muscolare con esercizi segmentari e globali. 3.
Rieducazione a sequenze del movimento ordinate ed armoniche, controllo
del ritmo e della coordinazione. 4.
Mantenimento di tono, trofismo e validità muscolare, che garantiscano
il massimo grado di efficacia possibile e preservino la sensibilità distrettuale. 5.
Rieducazione del passo e presa di coscienza delle fasi del cammino. 6.
Educazione alle regole di economia articolare (di cui si è parlato
in un precedente volume, n. 3). 2 -
Soluzione
chirurgica e FICT (Fisiochinesiterapia) post intervento. LE NUOVE
TERAPIE PER L’ARTRITE REUMATOIDE SPERANZE ELIMITI Dr. Roberto Gorla Certo, le maggiori conoscenze raggiunte oggi riguardo
ai meccanismi infiammatori che sottendono alla cronicità della AR, hanno
indotto un migliore impiego dei farmaci anti-reumatici con conseguente
riduzione, in un elevato numero di malati, della progressione del danno
anatomico articolare. Va riconosciuto all’impiego precoce (all’inizio della
malattia) e combinato (più farmaci in associazione) dei farmaci anti-reumatici
l’elevato numero di remissioni («guarigioni» temporanee parziali) e il
decremento dei casi di invalidità precoce. Questo avviene però al prezzo
di terapie eseguite per lunghissimo tempo, di numerosi casi di sospensione
dei farmaci per tossicità e intolleranza, della necessità di essere sottoposti
ad innumerevoli visite mediche ed esami di laboratorio. Negli ultimi due anni, dopo decenni di silenzio, l’Artrite Reumatoide (AR)
è divenuta oggetto di attenzione dei programmi televisivi e dei giornali.
Il motivo di questo interesse è da ricercarsi nel tentativo di diffondere
(e forse di pubblicizzare) la notizia della prossima immissione in commercio
di nuovi farmaci, spesso definiti miracolosi. Al fine di non accendere vane speranze in chi ogni
giorno convive con il dolore e con la deprimente rabbia di essere limitato
nello svolgimento delle comuni attività, riteniamo corretto, in questo
breve scritto, sottolineare gli aspetti innovativi e i limiti di questi
farmaci. I
nuovi farmaci sono molti: da quelli attivi sui sintomi (anti-infiammatori
non steroidei) a quelli anti-reumatici, ipoteticamente in grado di modificare
il decorso dell’AR. E imminente la disponibilità di farmaci attivi sul
dolore con la caratteristica di non essere fortemente lesivi della mucosa
dello stomaco. I farmaci anti-infiammatori, nonostante non modifichino
il decorso della malattia, sono largamente impiegati dai malati di artrite
perché migliorano la qualità di vita, mediante la riduzione del dolore.
I nuovi farmaci di questa classe potranno in molti casi evitare il concomitante
impiego di farmaci anti-acidi o antiulcera, con risparmio in denaro e
in pillole da assumere quotidianamente. Poniamo maggiore attenzione ed interesse nell’affrontare, invece, il tema dei nuovi farmaci anti-reumatici. In particolare, alcuni di loro, frutto della ricerca biotecnologica, si sono dimostrati in grado di ridurre significativamente il grado di attività della AR evoluta e attiva, mediante il blocco di una proteina pro-infiammatoria (il TNFa). Ciò significa che, in un elevato numero (circa il 70%) di casi «disperati», dove si era assistito al fallimento
di molti altri farmaci di comune impiego, è stato possibile osservare
una riduzione significativa dell’artrite. Inoltre, ed è questa la novità di maggiore rilievo, dati preliminari, ottenuti
in sperimentazione, hanno evidenziato una riduzione della progressione
del danno anatomico articolare, in confronto con altri farmaci anti-reumatici
di provata efficacia. Ciò accende la speranza, ancora da dimostrare definitivamente,
di un trattamento efficace quando iniziato precocemente, all’esordio dell’AR,
per «bloccare» il danno articolare che sottende alla futura invalidità. Possiamo quindi concludere che, all’inizio del nuovo
millennio, malati e reumatologi potranno avere a disposizione maggiori
armi per dominare l’Artrite Reumatoide. Anche per quanto riguarda la comparsa di effetti
collaterali indesiderati, non sono disponibili evidenze a lungo termine.
D’altra parte, per ogni nuovo farmaco non è possibile avere inizialmente
dati di efficacia e sicurezza a lungo termine, perché altrimenti sarebbero
necessarie sperimentazioni di durata tale da rendere vecchio il farmaco
all’immissione in commercio. Un serio problema, relativo all’attesa commercializzazione
di questi farmaci, riguarda il loro costo economico. La massima «nessuno
regala nulla per nulla» bene si adatta allo scenario attuale. Se è pur
vero che devono essere ammortizzati i costi della ricerca e della produzione
di queste molecole, è anche da sottolineare che la politica delle aziende
depositarie dei brevetti è orientata al tentativo di un esoso profitto. Forti dell’efficacia dei loro farmaci, sembra vogliano
fare pagare anticipatamente l’eventuale risparmio economico indotto dalla
evitata invalidità che tali farmaci potrebbero ingenerare, a dispetto
di spese di sviluppo contenute. Abbiamo motivati dubbi che gli stati europei, il
nostro in particolare, possano accettare, senza limitazioni, l’onere dei
costi di tali terapie. E presumibile altresì ritenere che saranno adottati
provvedimenti restrittivi sul loro impiego. Di conseguenza è difficile immaginare che i nuovi
farmaci possano essere assunti da tutti i malati, tanto meno all’esordio
dell’artrite, dove sarebbero invece maggiori le probabilità di successo.
Infine è da ribadire e sottolineare che molti malati (circa il 30%: non
sono pochi!), si sono dimostrati resistenti anche alla loro azione e dovranno
quindi essere sperimentate nuove associazioni comprendenti farmaci tradizionali
unitamente a quelli nuovi. Ricordiamo che gran parte del successo terapeutico
dell’Artrite Reumatoide si basa sulla diagnosi precoce e sulla possibilità
per ogni malato di essere seguito nel tempo presso un centro specialistico
reumatologico.
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