MA.R.I.C.A
Malattie Reumatiche Infiammatorie Croniche e Autoimmuni
ASSOCIAZIONE
BRESCIANA ARTRITE REUMATOIDE
A.B.A.R.
|
DOMANDE
E SPEDALI
CIVILI DI BRESCIA I medici del Servizio di Immunologia Clinica e Reumatologia rispondono alle più frequenti domande poste dai malati di Artrite Reumatoide (AR).
CHE
COSA E’ L’AR? E'
una malattia infiammatoria cronica, caratterizzata da dolore, tumefazione,
calore, rigidità mattutina e impotenza funzionale di molte articolazioni.
Sono frequentemente colpite le piccole articolazioni delle mani e, generalmente,
non è coinvolta la colonna vertebrale, se non in fase avanzata, quando
potrebbe essere interessata l’articolazione della cerniera cervicale.
E una malattia frequente (1% della popolazione) che colpisce le donne
in misura quattro volte superiore agli uomini. La
causa dell’AR non è nota, ma si pensa che siano numerosi fattori (genetici
e ambientali) coinvolti. POTRO’
SPERARE UN GIORNO DI GUARIRE? Come
osservabile per molte altre malattie, l’AR presenta modalità di insorgenza
e di decorso molto diversificate. Alcuni malati hanno un esiguo numero
di articolazioni infiammate, altri molte. Alcuni mostrano scarsa tendenza
a sviluppare erosioni articolari, altri, invece, vanno incontro ad alterazioni
anatomiche precoci. Alcuni rispondono ai farmaci con una duratura remissione,
altri presentano resistenza alla terapia o vanno incontro ad effetti indesiderati
che ne condizionano la sospensione. Nella pratica clinica abbiamo imparato
che prevedere l’evoluzione futura dell’AR è assai difficile. La non conoscenza
della causa della malattia, comporta l’ammissione che ogni terapia è sintomatica
e non elimina la causa scatenante. Fortunatamente, nella gran parte dei
casi, l’intervento terapeutico precoce induce un significativo miglioramento
dei sintorni e dei segni di malattia. Non infrequentemente è possibile
mantenere una condizione di accettabile benessere con l’impiego di minime
dosi di farmaci. PER
QUANTO TEMPO DOVRO’ ASSUMERE Il
presupposto alla possibilità di interrompere la terapia farmacologica
per l’artrite reumatoide è quello di aver raggiunto una condizione di
prolungata «remissione clinica», cioè una situazione in cui non sono più
riconoscibili segni di attività della malattia (infiammazione e rigidità
articolare etc.). Tale situazione, pur non molto frequente, è senz’altro
possibile. Quando è stata ottenuta una condizione di questo tipo possono
essere gradualmente ridotti e infine eventualmente sospesi i farmaci antiinfiammatori
(cortisonici e FANS). Prudenza ancora maggiore è necessaria successivamente
nell’ abbandonare la terapia «di fondo» (Methotrexate, Ciclosporina, Arava,
Salazopirina etc.), in quanto è dimostrato che una sua completa sospensione
porta ad un’aumentata frequenza di riaccensioni della malattia. Solo quando
la «remissione clinica» si è stabilizzata per molto tempo e la terapia
è stata lentamente ridotta con cautela si può giungere ad una sua completa
sospensione. QUALI
ALTRI ORGANI SONO COLPITI DALL’AR, L’infiammazione
di piccoli vasi sanguigni (vasculite) può verificarsi in alcuni soggetti
portatori di forme aggressive di AR, solitamente con elevate concentrazioni
ematiche di Fattore Reumatoide. La
vasculite sta alla base del possibile coinvolgimento della cute, con formazione
di noduli reumatoidi e di altri organi e apparati. Sono a volte colpiti:
l’interstizio polmonare, le sclere oculari, i nervi periferici, le sierose
(pleura e pericardio) e il cuore. L’infiammazione cronica è considerata,
alla stregua dell’ipertensione arteriosa e dell’ipercolesterolemia, un
fattore di rischio per arteriosclerosi e, conseguentemente, per accidenti
cardio-cerebro-vascolari. La vasculite è generalmente curata con gli stessi
farmaci che vengono impiegati per il controllo dell’infiammazione articolare. PERCHÉ
DEVO SOTTOPORMI A TANTI ESAMI Per
aiutare a confermare la diagnosi di AR, è utile solo la ricerca del Fattore
Reumatoide. Soprattutto in fase di diagnosi di AR, è necessario considerare
ed escludere altre malattie che potrebbero, somigliando alla AR, indurre
ad un errore diagnostico. Per questo motivo gli esami iniziali, finalizzati
alla diagnosi, potrebbero essere numerosi e comprensivi, generalmente,
della ricerca degli autoanticorpi e di eventuali stati infettivi (virus
dell’epatite). Esami
quali la VES (velocità di eritro-sedimentazione) e la PCR (proteina C
reattiva) sono utili, confrontandoli con precedenti misurazioni, per verificare
se la infiammazione è ridotta o incrementata. Molti esami, invece, devono
essere eseguiti per individuare precocemente eventuali segni di tossicità
determinati dai farmaci in uso. Tra questi: l’esame emocromocitometrico,
l’esame urine, le transaminasi, la creatinina. L’ARTRITE
REUMATOIDE DR. PP. BORELLI E DR. L. IANNI' I
Divisione di Ortopedia e Traumatologia “Patologia
della mano, chirurgia del polso e della patologia L’articolazione
é il punto d’incontro tra due ossa. · le articolazioni immobili (ad esempio quelle esistenti tra le ossa del cranio). · le articolazioni mobili, formate da due o più estremità ossee che si spostano l’una rispetto all’altra per produrre il movimento (ad esempio il ginocchio). ·
la
cartilagine articolare, molto più liscia dell’osso, che riveste le due
superfici ossee articolari; · il
liquido sinoviale, prodotto dalla mebrana sinoviale, che lubrifica e nutre
le superfici della cartilagine. L’articolazione mobile è avvolta e protetta da un manicotto di tessuto fibroso: la capsula articolare, rivestita al suo interno dalla membrana sinoviale. Attorno
alla capsula sono inoltre presenti: ·
i
legamenti che rinforzano la capsula impedendo movimenti impropri dell’articolazione; ·
i
tendini, che in alcune parti del corpo (ad esempio il polso) sono anch’essi
rivestiti dalla membrana sinoviale,
che uniscono il muscolo all'osso e permettono il movimento dell’articolazione; · i muscoli che generano il movimento. L’integrità di tutte queste strutture è necessaria per la stabilità e il movimento di una articolazione. CHE
COS’E’ L’ARTRITE REUMATOIDE L’artrite
reumatoide è una malattia sistemica, che colpisce cioè tutto l’organismo.
La membrana sinoviale, sottile struttura che abbiamo visto riveste
l’interno delle articolazioni e ricopre i tendini in determinate sedi
corporee, risulta essere il principale organo bersaglio della malattia,
sebbene possano essere colpiti molti altri tessuti in differenti organi.
L’infiammazione della membrana sinoviale (sinovite) causa inizialmente
dolore e difficoltà di movimento. Se la malattia non è opportunamente
curata in questa fase e se la sua evoluzione è troppo rapida, il processo
infiammatorio si estende a tutta l’articolazione distruggendola e provocando
rigidità, instabilità, dolore e deformità. Le
articolazioni più frequentemente colpite dall’artrite reumatoide sono: ·
nell’arto
superiore il polso e le articolazioni delle mani, in particolare le metacarpofalangee
e le interfalangee prossimali. Spesso sono colpiti anche la spalla e il
gomito; ·
nell’arto
inferiore le articolazioni dei piedi, la caviglia, il ginocchio, talvolta
anche l’anca. MECCANISMO
DELLE LESIONI Tutte
le deformità che caratterizzano l’artrite reumatoide nel polso e nella
mano sono in pratica il risultato finale di una azione distruttiva della
membrana sinoviale nei confronti dei tessuti con cui viene a contatto.
La membrana sinoviale reumatoide, che si presenta solitamente «ipertrofica»,
cioè aumentata di volume per il processo infiammatorio che la colpisce,
andrà quindi a distruggere la cartilagine articolare e l’osso subcondrale,
andrà ad infiltrare le strutture capsulo-legamentose e i tendini flessori
ed estensori. Il risultato finale è la distruzione della normale architettura
della mano e del polso, la perdita del delicato bilanciamento di forze
esistente tra tendini estensori che incrociano le numerose articolazioni
che compongono l’organo della prensione, cioè la mano. La deformità della
mano che riassume meglio questa cascata di eventi consiste nella deformità
a «colpo divento», con cui si definisce la deviazione digitale in direzione
ulnare, tipica delle fasi avanzate dell’artrite reumatoide. PROCEDURE
CHIRURGICHE In
pratica quasi tutte le procedure chirurgiche applicabili al polso e alla
mano reumatoide sono comprese in uno dei seguenti gruppi: ·
sinoviectomia
articolare, ovvero
la rimozione della membrana sinoviale che riveste all’interno le articolazioni
colpite; ·
tenosinoviectomia,
ovvero
la rimozione della membrana sinoviale che circonda i tendini colpiti; ·
riparazione
o plastica tendinea nel
caso di rottura tendinea; · artroplastica, ovvero la sostituzione dei capi articolari distrutti con protesi di silicone al fine di ripristinare o mantenere il movimento senza dolore; · artrodesi, ovvero la fusione in posizione funzionale dei capi articolari distrutti, con inevitabile perdita del movimento dell’articolazione, al fine di eliminare il dolore. QUANDO
OPERARE? La
scelta del tipo di intervento e soprattutto il momento ideale per iniziare
un trattamento chirurgico, dipendono dall’esperienza del Chirurgo della
Mano e dell’Immunologo. Il trattamento chirurgico deve essere strettamente
individuale e impostato in base alle esigenze reali del malato e soprattutto
al tipo e grado di aggressività della malattia. Bisogna
infatti considerare che nel paziente reumatoide il processo patologico
che distrugge le articolazioni e i tendini si automantiene e può durare
per molti anni. Il coinvolgimento iniziale di una articolazione può estendersi,
in tempi più o meno brevi, anche alle articolazioni vicine e questo può
annullare spesso i risultati raggiunti da un intervento chirurgico. Il trattamento appropriato della mano reumatoide richiede, quindi, oltre a una conoscenza della fisiopatologia (meccanismo delle lesioni) della malattia da parte del Chirurgo della Mano anche una stretta collaborazione con l'Immunologo per interpretare il decorso clinico della malattia. DECORSO
CLINICO Nelle
fasi precoci della malattia
è difficile prevedere il decorso
clinico, cioè se un paziente svilupperà una forma leggera di malattia oppure se sarà colpito da una forma
progressiva, senza interruzione fino alle deformità più gravi. Alcune
indicazioni sulla potenziale gravità della malattia reumatoide possono
risultare dalla presenza di noduli sottocutanei, di precoci alterazioni
ossee erosive e da un alto titolo del fattore reumatoide. Il
decorso clinico della malattia reumatoide si può riassumere in tre modelli. Nel
35% dei pazienti la malattia è di tipo monociclico, cioè esordisce, si sviluppa e si esaurisce in circa 2
anni. Nel
50% dei pazienti è di tipo policiclico,
cioè esordisce, si sviluppa e diventa quiescente dopo circa 2 anni,
per riaccendersi in ripetuti episodi intervallati da periodi di relativo
benessere. Nel restante 35% dei pazienti la malattia è di tipo progressivo, senza interruzione e con interessamento massivo dei tessuti
extra-articolari. Per
impostare un appropriato trattamento
chirurgico (preventvo o ricostruttivo) l’ideale sarebbe conoscere
sempre quale dei tre tipi di malattia si sta trattando. Sfortunatamente
però spesso solo il tempo è in grado di definire con certezza il tipo
di malattia e, quando questo diventa evidente, può essere troppo tardi
perché un trattamento chirurgico possa essere preventivo
(sinoviectomia) nei confronti delle deformità che spesso caratterizzano
la malattia reumatoide nella mano. In tale evenienza il trattamento chirurgico
potrà essere solo ricostruttivo
(ricostruzione o plastica tendinea, artroplastica, artrodesi). · Se per esempio un paziente con una malattia reumatoide del tipo monociclico viene operato al termine del 2° anno, gli anni successivi dimostreranno i benefici duraturi del trattamento chirurgico. · Se per esempio un paziente con una malattia policiclica, il risultato ottenuto sarà invece solo temporaneo, cioè fino al successivo episodio di riaccensione della malattia. · Nel caso poi di una malattia del terzo tipo, caso in cui la diagnosi può essere fatta più precocemente che negli altri due tipi, il chirurgo dovrà valutare se il trattamento chirurgico sia realmente utile.
PROGRAMMA
CHIRURGICO E
essenziale che tra chirurgo e paziente via sia una spiegazione completa
di cosa si propone l’intervento chirurgico. Come abbiamo visto, in alcuni
casi i risultati a lungo termine del trattamento chirurgico sono incerti
e, per tale motivo, non è giustificato esercitare alcuna pressione sul
paziente. Quando possibile, è utile incoraggiare potenziali candidati
al trattamento chirurgico ad incontrare altri pazienti già sottoposti
al trattamento proposto. Nella fase
iniziale della malattia il trattamento chirurgico ha lo scopo di prevenire
l’azione di distruzione della membrana sinoviale quando la terapia medica
si dimostra incapace di controllare la sinovite. Nella fase tardiva
della malattia il trattamento chirurgico ha lo scopo di ripristinare
la finzione della mano quando i tendini e le articolazioni appaiono gravemente
danneggiati dalla malattia. Fase iniziale.
In
linea generale l’asportazione della membrana sinoviale (sinoviectomia),
sia articolare che tendinea, è indicata nei pazienti con artrite reumatoide
di grado lieve, quando la malattia
è controllata dai farmaci, e quando il quadro clinico di sinovite persiste
in sedi anatomiche ristrette. Al contrario, nei pazienti che presentano
una forma rapida e progressiva della
malattia, la sinoviectomia articolare risulta controindicata. In questi
pazienti è importante il controllo periodico per poter intraprendere procedure
chirurgiche ricostruttive prima che si instaurino gravi deformità. L’unica
indicazione ad una sìnoviectomia precoce riguarda una eventuale sinoviectomia
tendinea allo scopo di prevenire le rotture tendinee. Fase
tardiva. La mano reumatoide risulta solitamente costituita da un insieme
di differenti deformità ed è proprio la combinazione di queste deformità
che rende difficoltoso impostare il programma chirurgico. La presenza
di deformità non deve essere di per sé una indicazione al trattamento
chirurgico. poiché molti pazienti mantengono una buona funzione nonostante
un aspetto gravemente alterato della mano. Il paziente affetto da artrite
reumatoide, da tempo costretto a convivere con il grottesco aspetto della
sua mano, è spesso comprensibilmente tentato di consigliare al chirurgo
un approccio massivo per ritornare alla «normalità». All’esame clinico
può tuttavia mostrare una soddisfacente prensione e necessitare solo di
leggere correzioni chirurgiche per migliorare leggermente la funzione
globale della mano. La maggior parte dei pazienti reumatoidi sono anziani
e le richieste funzionali sono tali da non richiedere delicate ricostruzioni
chirurgiche. Molti pazienti si sono adattati alle deformità presenti nella
mano e sviluppano movimenti compensatori per eseguire uno spettro comunque
ridotto di attività. In generale il programma chirurgico della mano reumatoide deve prefiggersi i seguenti scopi: risolvere il dolore, migliorare la funzione, prevenire la progressione di malattia, e, solo per ultimo, migliorare l'aspetto estetico. In pratica, il trattamento chirurgico della mano reumatoide deve essere individualizzato e basarsi: ·
sull’entità
dei sintomi presenti, · sulla capacità del paziente di adattarsi alle esigenze funzionali delle attività quotidiane di base, ·
sulla
capacità del paziente di adattarsi alle esigenze funzionali dell’attività
lavorativa, · al rischio futuro di perdita progressiva di funzione in caso di trattamento chirurgico rimandato. Di
primaria importanza è la risoluzione
del dolore, anche perché incoraggia il paziente a sottoporsi ad ulteriori
procedimenti chirurgici quando necessari. Pazienti con lievi deformità
e minima limitazione funzionale possono trarre beneficio da un trattamento
conservativo che spesso consiste in una adeguata protezione della
mano con tutori in materiale termoplastico e nel modificare alcune gestualità
dell’attività lavorativa. QUANDO
L’ARTRITE REUMATOIDE Non
bisogna dimenticare che la malattia reumatoide può coinvolgere tutto il
corpo umano e che la mano è solo una delle parti colpite e, anche se colpita
in modo severo, altri distretti articolari possono richiedere un trattamento
prioritario. Il
programma chirurgico potrebbe essere molto esteso e quindi dovrà necessariamente
essere suddiviso in tappe. La maggior parte dei pazienti presenta spesso contemporaneamente problematiche alle mani e ai piedi, anche se in fasi evolutive diverse. Se il programma chirurgico prevede di intervenire sia sulle mani che sui piedi, gli interventi possono essere eseguiti da due équipe separate nella stessa seduta operatoria. Bisogna sempre considerare che la durata della seduta operatoria non deve superare le due ore per i problemi relativi all’ischemia a cui l’arto deve essere sottoposto. E quindi opportuno stendere, insieme al paziente, un programma chirurgico logico e programmare per una successiva seduta operatoria ciò che non può essere propriamente eseguito nel limite delle due ore. IL
PIEDE DR G. PIANA I
Divisione di Ortopedia e Traumatologia “Chirurgia del Piede” I
processi patologici dell’artrite reumatoide colpiscono il piede in una
percentuale molto alta. Infatti oltre il 90 per cento dei pazienti con
artrite reumatoide soffre di una qualche patologia ai piedi nel corso
della loro malattia. Il
meccanismo patogenetico fondamentale è
del tutto simile a quello degli altri distretti corporei: il panno granulomatoso
della membrana sinoviale cresce sopra la cartilagine, dentro le inserzioni
dei legamenti e attorno ai tendini, invadendo e distruggendo ogni tessuto.
Sopraggiungono infine l’erosione ossea, la lassità legamentosa e il disequilibrio
tendineo con disorganizzazione e collasso articolare. Nel
piede tuttavia intervengono anche altri fattori del tutto peculiari, che
insieme determinano la progressione e l’aggravamento delle deformità: ·
lo stress della deambulazione
che mette a dura prova anche i piedi normali. Ricordiamo infatti che una
persona media percorre nella sua vita ben 112.000 chilometri, quasi tre
volte il giro del mondo; ogni giorno i piedi assorbono circa 1000 tonnellate
e spesso su pavimento duro. Aggiungiamo inoltre che troppo spesso i piedi
sono anche bistrattati e confinati in scarpe strette o poco adatte, per
motivi estetici o altro. Non c’è pertanto da meravigliarsi se 4 adulti
su 5 soffrono di un problema ai piedi. Le lesioni articolari dell’artrite
reumatoide rendono il piede più vulnerabile a questi stress. ·
la predisposizione
morfologica, cioè la tendenza individuale a sviluppare le più
comuni deformità del piede, oppure le deformità già presenti all’esordio
della malattia (alluce valgo, dita a martello, sovraccarico metatarsale,
piede piatto, piede cavo ecc.). Perciò
la graduale distruzione articolare specifica dell’artrite reumatoide,
congiuntamente agli stress della deambulazione, della predisposizione
morfologica e delle deformità preesistenti, si concluderanno con lo stravolgimento
anatomico e con diversi tipi di deformità, che si aggravano col tempo. Il
paziente reumatoide può talvolta sperimentare una remissione, oppure la
patologia può «estinguersi» e lasciare diversi gradi di deformità, la
cui severità dipende solitamente dalla lunghezza di tempo in cui l’individuo
ha avuto l’artrite reumatoide attiva.
AVAMPIEDE
REUMATOIDE La costante forza di dorsiflessione applicata durante il passo alle dita dei piedi attraverso le articolazioni metatarsofalangee colpite dall’artrite reumatoide comporta la loro progressiva sublussazione fino alla lussazione franca. Questo può coinvolgere alcune o tutte le articolazioni metatarsofalangee. Nelle fasi finali la testa metatarsale ernia attraverso la capsula e la base della falange prossimale viene a trovarsi sulla faccia dorsale del collo metatarsale. In conseguenza di ciò il cuscinetto adiposo, che normalmente si trova sotto le teste metatarsali e intimamente connesso alle basi delle falangi, è trazionato distalmente. L’avampiede
alla fine risulta notevolmente allargato, le teste metatarsali protrudono
plantarmente e le teste delle falangi prossimali si estendono dorsalmente.
Un piede così deformato presenta enormi difficoltà a entrare in una scarpa
normale, ma soprattutto si trova esposto a forze compressive concentrate
su piccole superfici. Il risultato è che pressioni insopportabili vengono
esercitate sulla cute del piede a livello delle teste metatarsali e falangee.
Dapprima i sintomi sono rappresentati dal dolore, ma successivamente possono
comparire le ulcerazioni, con esposizione ossea e quindi con la possibilità
di complicanze infettive, come l’osteomielite e l’artrite settica. Ogni
paziente può presentare aspetti patologici e deformità estremamente variabili
sia per tipologia che per gravità. Il quadro più tipico e frequente è
caratterizzato da: ·
valgismo dell’alluce · varismo del 1° metatarsale · valgismo del 5° metatarsale · dita ad artiglio · lussazione delle metatarsofalangee ·
aumento di larghezza
dell’avampiede. In corrispondenza dei punti sottoposti a maggior pressione si formano callosità e borsiti e cioè: dorsalmente alle teste delle falangi prossimali e plantarmente alle teste metatarsali. Le callosità possono diventare molto dolorose, ulcerarsi e produrre infezioni L’aspetto più importante del trattamento incruento consiste nel calzare scarpe appropriate. Le scarpe, ben inteso, non correggono le deformità, piuttosto si adattano alle deformità riducendo i conflitti fra la scarpa e il piede, diminuendo così il dolore. Considerando le deformità sopra descritte, molto spesso le scarpe dovranno avere una punta più larga e profonda del normale. Attualmente
in commercio sono disponibili calzature predisposte e pertanto non è necessario
che vengano appositamente costruite per ogni singolo paziente. Molto
spesso dovrà essere aggiunta un’ortesi plantare per distribuire equamente
le pressioni del peso corporeo sulla pianta del piede e «scaricare» così
le zone più esposte, come le teste metatarsali. Ma spesso le misure incruente
non bastano e in questo caso si può ricorrere al trattamento cruento. Prima
dell’intervento bisogna fare un piano di trattamento, un timing chirurgico.
Anche se l’avampiede è il distretto più interessato, alcuni pazienti possono
richiedere una correzione chirurgica in altre aree. In un paziente con
avampiede doloroso e deformità del retropiede può essere meglio correggere
prima il retropiede: infatti le deformità dell’avampiede possono recidivare
in pazienti con deformità in valgo o pronazione importante del retropiede.
A volte può essere necessario eseguire interventi chirurgici minori per
permettere alla cute di guarire ed eliminare fonti di infezione. Esempi
sono il trattamento di un’unghia infetta o l’escissione di una articolazione
interfalangea prossimale per eliminare un callo ulcerato. Di
solito non è saggio eseguire un’estesa chirurgia sull’avampiede bilateralmente.
Anche con una deformità avanzata, il paziente può meglio deambulare dopo
l’intervento con un piede non operato. Perciò applicando minore stress
sul piede operato si favorisce la guarigione della ferita. Interventi
contemporanei su avampiede e retropiede dallo stesso lato dovrebbero essere
evitati, perché potrebbero causare un’eccessiva tumefazione con difficoltà
alla guarigione delle ferite. Gli interventi
chirurgici che si praticano
all’avampiede sono numerosi e si possono raggruppare come segue: ·
sinoviectomia ·
osteotomia e correzione
dell’alluce valgo · artrodesi della I metatarsofalangeabper alluce valgo · artroplastica per diota a martello · resezione-artroplastica delle teste metatarsali Per
non entrare nel merito di tutti, descriverò brevemente solo il trattamento
della deformità più frequente: alluce valgo e dita ad artiglio con lussazione
delle MTF. Nel
caso di grave erosione dei capi articolari dell’articolazione MTF dell’alluce,
sarà necessario ricorrere all’artrodesi, cioè alla «fusione» dell’articolazione
(fig. 2 e 3). In tal modo questa articolazione perderà definitivamente
il movimento, a vantaggio della stabilità e della definitiva correzione
della deformità. Eseguiamo questo intervento con la tecnica che prevede
la preparazione dei capi articolari a «tronco di cono». In tal modo basta
l’osteosintesi con una semplice vite per rendere stabile l’unione fra
i due capi articolari e nel decorso postoperatorio non viene applicato
il gesso. Qualora invece i capi articolari non siano ancora degenerati,
procediamo al loro corretto allineamento
con la tecnica SCARF, che prevede l’osteotomia correttiva del 1° metatarsale
con un particolare tipo di «taglio» che permette un incastro tale che
non è necessario nemmeno stavolta l’apparecchio gessato. Per
quanto riguarda le articolazioni metatarsofalangee non procediamo alla
resezione delle teste metatarsali (fig. 2) e alla correzione delle dita
deformate ad «artiglio». In tal modo le dita riprendono il loro normale
allineamento e inoltre scompaiono le zone di iperpressione sulle dita
e sulla pianta del piede, dove sono presenti le dolorose callosità. Nel
decorso post-operatorio è prevista la deambulazione con appoggio sul piede
operato con una calzatura particolare, caratterizzata da un grande tacco,
che limita parzialmente il carico sull’avampiede. Dopo un mese viene eseguito
un controllo radiografico e il paziente inizia a deambulare con calzature
normali o lievemente adattate.
RETROPIEDE
REUMATOIDE La malattia reumatoide si presenta spesso nel retropiede sotto forma di infiammazione che colpisce i tendini (soprattutto il tendine del Tibiale Posteriore, dei Peronei e del Flessore Lungo delle dita) e altre strutture che stabilizzano il retropiede come il legamento deltoideo e le strutture periarticolari delle articolazioni periastragaliche. La tenosinovite comporta un graduale indebolimento e a volte anche la rottura del tendine, con grave disfunzione. La
deformità più comune che ne consegue è il piede piatto-valgo. La deformità
in varo è molto rara. Il quadro clinico iniziale consiste spesso in tumefazione
dolorosa attorno e sotto alla caviglia. Il paziente ha difficoltà nel
localizzare esattamente il dolore. Nei casi conclamati, il piede si presenta
chiaramente deformato, soprattutto «sotto carico», cioè quando il piede
sostiene il peso del corpo: la volta plantare scompare, per la perdita
dell’arcata longitudinale. Il paziente non riesce più a sollevarsi sulle
punte dei piedi e la deambulazione è gravemente alterata. Il paziente
cammina strascicando i piedi, manca la fase di spinta sull’avampiede e
il passo è accorciato sia nella fase oscillante che nella fase di appoggio.
L’esame radiografico evidenzia le lesioni osteoarticolari e documenta
le deformità. Quando si presentano i primi sintomi infiammatori nel retropiede
è indicato il trattamento farmacologico. Se questa terapia si dimostra
insufficiente, si prenderanno progressivamente in considerazione altre
misure terapeutiche, che vanno dalla terapia infiltrativa alle ortesi,
alla sinoviectomia, antrodesi selettiva e infine alla Triplice Artrodesi. L’artrodesi
consiste nella «fusione» dell’articolazione interessata dal processo distruttivo
e deformante. Si tratta di un intervento che toglie definitivamente il
movimento all’articolazione interessata. Perciò, se l’articolazione colpita
dalla malattia è solamente l’articolazione astragaloscafoidea, l’intervento
si limiterà a questa articolazione. Tuttavia molto spesso le articolazioni
interessate sono contemporaneamente la astragaloscafoidea, la calcaneo-cuboidea
e la sottoastragalica. Sono tre articolazioni dal punto di vista anatomico,
ma dal punto di vista funzionale possono essere considerate come una sola
articolazione. In questo caso eseguiremo la ar porta un graduale indebolimento
e a volte anche la rottura del tendine, con grave disfunzione. La
deformità più comune che ne consegue è il piede piatto-valgo. La deformità
in varo è molto rara. Il quadro clinico iniziale consiste spesso in tumefazione
dolorosa attorno e sotto alla caviglia. Il paziente ha difficoltà nel
localizzare esattamente il dolore. Nei casi conclamati, il piede si presenta
chiaramente deformato, soprattutto «sotto carico», cioè quando il piede
sostiene il peso del corpo: la volta plantare scompare, per la perdita
dell’arcata longitudinale. Il paziente non riesce più a sollevarsi sulle
punte dei piedi e la deambulazione è gravemente alterata. Il paziente
cammina strascicando i piedi, manca la fase di spinta sull’avampiede e
il passo è accorciato sia nella fase oscillante che nella fase di appoggio.
L’esame radiografico evidenzia le lesioni osteoarticolari e documenta
le deformità. Quando si presentano i primi sintomi infiammatori nel retropiede
è indicato il trattamento farmacologico. Se questa terapia si dimostra
insufficiente, si prenderanno progressivamente in considerazione altre
misure terapeutiche, che vanno dalla terapia infiltrativa alle ortesi,
alla sinoviectomia, antrodesi selettiva e infine alla Triplice Artrodesi. L’artnodesi consiste nella «fusione» dell’articolazione interessata dal processo distruttivo e deformante. Si tratta di un intervento che toglie definitivamente il movimento all’articolazione interessata. Perciò, se l’articolazione colpita dalla malattia è solamente l’articolazione astragaloscafoidea, l’intervento si limiterà a questa articolazione. Tuttavia molto spesso le articolazioni interessate sono contemporaneamente la astragaloscafoidea, la calcaneo-cuboidea e la sottoastragalica. Sono tre articolazioni dal punto di vista anatomico, ma dal punto di vista funzionale possono essere considerate come una sola articolazione. In questo caso eseguiremo la antrodesi delle tre articolazioni (Triplice Antrodesi). Il decorso post-operatonio prevede l’immobilizzazione con uno stivaletto gessato per 2-3 mesi. Questo è un intervento impegnativo e non senza complicazioni, tuttavia risulta spesso eccellente nel ridurre le sofferenze e nel migliorare la qualità di vita dei pazienti.
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