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Quello
che ho imparato in questi anni
I
casi di fibromialgia in cui ho avuto maggiore successo, spesso con una
completa guarigione, sono quelli in cui ho posto la diagnosi. Vale a dire
in quei pazienti ignari dell'esistenza della fibromialgia, cui ho spiegato,
con semplici parole, il male che li stava affliggendo.
Spesso si trattava di malate che avevano già eseguito molteplici
esami di laboratorio, radiografie e visite specialistiche. In tutti i
casi la fibromialgia non era mai stata ipotizzata. Erano malate poco credute
dai medici e in famiglia, spesso etichettate come ansiose o psicosomatiche.
Avevano impiegato senza alcun successo farmaci anti dolorifici.
Durante la prima visita ho lasciato che venisse liberamente raccontato
tutto il loro dolore articolare e muscolare. Ho quindi "indovinato",
facendolo notare, che il sonno era poco ristoratore, con grande stanchezza
al mattino. Ho avuto conferma del frequente mal di testa e dei disturbi
intestinali. Ho escluso, mediante la visita e la visione degli esami eseguiti,
la diagnosi di artrite, connettivite, ecc.
Alla visita ho fatto notare quei peculiari punti dolorosi che, come una
mappa, andavo stimolando.
Quindi, al termine della visita e conquistata la fiducia del paziente,
potevo iniziare la mia piccola lezione sui meccanismi fisiologici del
dolore per giungere infine a diagnosticare la fibromialgia.
Con molta pazienza parlo di come il cervello possa ricevere stimoli dolorosi
amplificati se la soglia di percezione degli stimoli è
ridotta. Non è difficile far comprendere come il disturbo del riposo
notturno possa alterare l'equilibrio microormonale che regola la soglia
e determinare lo scaricamento delle batterie. E allora si esplica
la stanchezza e il dolore che dai muscoli raggiunge amplificato al cervello.
A questo punto rassicuro il malato del fatto che questa condizione non
gli accorcerà la vita e che è possibile raggiungere significativo
miglioramento dei sintomi con conseguente miglioramento della qualità
di vita. Ma per perseguire questo obiettivo occorre una partecipazione
tenace e costante da parte del malato, paragonabile a quelle che necessitano
al forte fumatore per smettere di fumare o per un grande obeso per dimagrire.
Nella fibromialgia non esistono farmaci capaci di guarirla; esiste un
programma da seguire che prevede un lavoro faticoso del malato e il medico
a disposizione per guidarlo.
Spesso, quanto fino ad ora raccontato al malato, dapprima incredulo e
poi motivato, ha già indotto una profonda riduzione dell'ansia
e del timore della diagnosi.
Ma
ora viene la parte pratica, quella più difficile.
Una blanda terapia anti-depressiva (ripristino della serotonina) va iniziata,
unitamente a un farmaco per migliorare il sonno e il riposo (di solito
consiglio Melatonina). Il malato deve essere avvisato di un incremento
del malessere e di effetti indesiderati, specie durante i primi 7 - 10
giorni. -E' la fibromialgia che non vuole farsi scacciare- asserisco in
genere -tenga duro e gli effetti indesiderati se ne andranno-. Tuttavia
avviso anche che l'eventuale miglioramento sarà transitorio se
non verrà iniziata la seconda e più difficile parte del
programma. Quasi sempre consiglio iniziare, ad avvenuto miglioramento
dei sintomi, ginnastica aerobica in acqua (il lavoro in acqua non è
traumatico in genere). Raccomando di seguire un allenamento progressivo,
iniziando da poco, ma con costante incremento del tempo di esercizio nel
tempo. Gli stimoli dolorosi, secondari al lavoro muscolare, giungono al
cervello in modo interpretabile dallo stesso che ha comandato il movimento
dei muscoli. Questo dolore consapevole raccolto dal cervello è
in grado di inibire la percezione del dolore "amplificarto"
dalla fibromialgia.
Al fine di monitorare eventuali modificazioni dei sintomi, della capacità
funzionale e della qualità di vita, faccio compilare due semplici
questionari ad ogni visita. Ogni mese, per almeno 4 - 5 volte, rivedo
il malato e continuo a motivarlo. Spesso mi congratulo per la costanza
perseguita al raggiungimento dei risultati, altre volte sono costretto
a ripercorrere il percorso da un punto precedente, modificando farmaci,
consigli di movimento, ecc.
Ho imparato che la vera cura della fibromialgia è dentro ogni malato
e che è necessario aiutarlo a trovare quella energia interiore
che possa scacciare la malattia.
Nei casi resistenti stiamo sperimentando, con successo
sui casi preliminari, il reiki quale percorso integrativo all'atteggiamento
convenzionale descritto fino ad ora.
I
casi di fibromialgia in cui ho avuto meno successo sono quelli inveterati,
con diagnosi già posta e dove sono state tentate tutte le possibili
terapie, con insuccesso. Nonostante il programma sopra descritto venga
da me ostinatamente perseguito, devo confessare molteplici insuccessi.
Sto con attenzione tentando di comprendere quali siano le differenze tra
queste due tipologie di malati, ma al momento, non ho individuato interpretazioni
scientificamente accettabili. Stiamo lavorando per verificare se in questi
casi Reiki possa essere utile.
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