Introduzione
Nonostante non sia ancora nota la causa scatenante (1) l’Artrite
Reumatoide (AR), nel corso degli anni ’90 è stato definitivamente
dimostrato che l’infiammazione cronica è determinata ed
alimentata dalla rottura dell’equilibrio fisiologico tra proteine
pro-infiammatorie (che alimentano l’infiammazione) e anti-infiammatorie
(che inibiscono l’infiammazione). Queste proteine, dette citochine,
sono prodotte da alcuni tipi di globuli bianchi (linfociti e macrofagi)
e sono necessarie, in condizioni normali, per l’integrità
della risposta immunitaria a svariati insulti ambientali (ad esempio
le infezioni). L’infiammazione rappresenta infatti un importante
meccanismo di difesa dell’organismo, ma è necessario che
essa venga limitata nel tempo, una volta superata l’aggressione
ambientale, per non danneggiare il medesimo organismo. La natura ha
predisposto un sofisticato sistema di cellule, proteine e recettori
che funzionano all’equilibrio. Infatti, all’incremento fisiologico
delle proteine infiammatorie, corrisponde un incremento di recettori
solubili e proteine anti-infiammatorie che, nel volgere di breve tempo,
ripristinano l’equilibrio del sistema.
L’artrite Reumatoide è determinata dalla rottura di questo
equilibrio e nelle sedi articolari permangono cronicamente elevati e
prevalenti le cellule e le proteine pro-infiammatorie. Ciò determina
dolore, tumefazione e rigidità articolare.
Nella maggior parte dei malati il decorso dell’artrite (non curata)
conduce ad alterazioni irreversibili delle articolazioni con notevole
riduzione della capacità funzionale e della qualità della
vita. L’infiammazione cronica inoltre induce un precoce invecchiamento
delle arterie (aterosclerosi) per cui è stato osservato che infarti
del miocardio e ictus cerebrali possono verificarsi in età precoce
nei malati di AR rispetto alla popolazione generale. Infine è
dimostrato che l’Artrite Reumatoide provoca elevati costi alla
società per le cure (ricoveri, visite, farmaci, contributi di
invalidità) e per la perdita di giornate lavorative e precoci
abbandoni del posto di lavoro (2). A questi vanno sommati i costi che
i malati e le loro famiglie devono sostenere per l’aiuto a loro
necessario. I costi aumentano con l’aumentare della disabilità
che, in genere, interviene nelle fasi più evolute della malattia.
E’ stato però osservato che è possibile cambiare
il decorso della malattia e prevenire, o quantomeno ritardare, l’evoluzione
verso l’invalidità se una appropriata terapia viene instaurata
fin dalle prime fasi della malattia (esordio). La opportunità
di bloccare questa malattia distruttiva è dipendente dalla diagnosi
precoce e dalla impostazione di una corretta terapia con farmaci anti-reumatici
fin dalle prime fasi dell’artrite. Affinché ciò
sia realizzabile devono essere coinvolti i Medici di Medicina Generale
e gli Specialisti alla condivisione di un definito percorso diagnostico-terapeutico.
All'esordio dell'artrite il malato lamenta dolore e tumefazione articolare.
Per questo motivo, nella maggior parte dei casi, si rivolge al proprio
Medico di Medicina Generale che ha l'importante compito di sospettare
la malattia e di inviare tempestivamente il malato allo specialista.
Quest'ultimo avrà il compito, applicando il ragionamento diagnostico
differenziale, di giungere alla diagnosi, determinare l’aggressività
della malattia sulla base di fattori prognostici, informare il malato
e proporre la terapia anti-reumatica. Entrambi i medici, a disposizione
del malato, avranno cura di sorvegliare l'evoluzione della malattia
e i potenziali effetti tossici dei farmaci, collaborando in stretta
integrazione, nel rispetto dei reciproci ruoli.
Farmaci vecchi e nuovi per una strategia
terapeutica vincente
I farmaci anti-reumatici (elencati in tabella 1) fino ad oggi impiegati
per la cura dell’Artrite Reumatoide possono, se impiegati precocemente,
entro sei mesi dall’esordio dei sintomi, modificare il decorso
della malattia ed efficacemente contrastare l’evoluzione verso
l’invalidità. Sono questi i farmaci su cui si basa l’intervento
terapeutico precoce e, nonostante l’avvento dei nuovi farmaci
biologici, mantengono immutata la loro preminente posizione nelle strategie
terapeutiche anti-reumatiche.
I farmaci attivi solo sui sintomi (cortisone e anti-infiammatori non
steroidei) non impediscono che il danno articolare proceda e quindi
non vanno impiegati da soli.
L’obiettivo principale della terapia precoce è l’iduzione
della remissione veloce (entro 3 – 4 mesi) e completa dei sintomi
(dolore, rigidità articolare, stanchezza), dei segni (tumefazione
delle articolazioni) e dei parametri laboratoristici di infiammazione
(VES e PCR). E’ quindi necessario uno stretto monitoraggio del
malato, con frequenti visite specialistiche, al fine di “misurare”
il grado della risposta alla terapia. Tra questi parametri la valutazione
nel tempo dell’anatomia articolare, mediante l’esecuzione
di radiografie ed ecografie, riveste particolare importanza.
Nel caso di mancata o incompleta risposta alla terapia con farmaci anti-reumatici
tradizionali, anche assunti in associazione tra loro, è possibile
impiegare i farmaci biologici, soprattutto nei casi in cui è
prevedibile una evoluzione sfavorevole. Questi farmaci rappresentano
la grande novità terapeutica degli ultimi 10 anni e derivano
dalla sintesi in laboratorio (e produzione su vasta scala) di anticorpi
e recettori in grado di mimare la normale funzione delle proteine naturali
anti-infiammatorie e, per questo motivo, sono stati definiti farmaci
biologici.
I primi farmaci biologici (anti-TNF) si sono dimostrati in grado, in
tempi molto brevi rispetto ai farmaci tradizionali, di indurre un soddisfacente
controllo dell’artrite e dell’evoluzione del danno erosivo
articolare in un elevato numero di malati in cui si è osservato
fallimento dei medesimi farmaci anti-reumatici. Spesso questi ultimi
(prevalentemente il Methotrexate) vengono mantenuti associati ai farmaci
biologici per potenziarne l’azione o per prevenire il calo di
efficacia nel tempo. Se la remissione viene raggiunta nelle fasi precoci
della malattia reumatoide, è possibile giungere alla sospensione
dei farmaci biologici.
I farmaci biologici: il profilo di sicurezza
Le linee guida di impiego dei farmaci biologici anti-TNF (3) sottolineano
l’importanza di ricercare la tubercolosi latente e di eradicarla;
di evitarne l’impiego in soggetti con malattie demielinizzanti
del sistema nervoso centrale, in soggetti con scompenso cardiaco evoluto
e in pazienti con neoplasie maligne pregresse o in atto. Va inoltre
posta particolare attenzione nell’impiego in soggetti con infezioni
virali croniche (virus B dell’epatite).
Ad oggi sono stati curati con i farmaci biologici migliaia di malati
ed è quindi noto il loro profilo di tollerabilità nel
breve/medio periodo. Le infezioni, sostenute dalla depressione della
risposta del sistema immunitario, cui è anche legata l’efficacia
terapeutica, si sono dimostrate essere l’effetto collaterale più
frequente. Si tratta nella maggior parte dei casi di infezioni non gravi,
trattabili e risolvibili con antibiotici. La più temibile, tra
le infezioni osservate, si è dimostrata essere quella tubercolare,
in soggetti con tubercolosi latente, ma misconosciuta, prima della terapia
con biologici. I farmaci biologici anti-TNF determinano la lisi (dissolvimento)
del granuloma che tiene murato il micobatterio tubercolare, con conseguente
ripresa dell’infezione, nei soggetti con infezione latente. L’accurata
ricerca, mediante radiografia del torace ed esecuzione della intradermo-reazione
di Mantoux, della infezione latente prima dell’inizio della cura
e l’eventuale profilassi con farmaci anti-tubercolari dove presente
l’infezione nascosta, ha permesso di minimizzare il rischio di
riaccensioni tubercolari. I farmaci anti-TNF possono essere utilizzati
nei soggetti con infezione da virus C dell’epatite, ma vi sono
raccomandazioni di cautela in quelli con infezione cronica o latente
da virus B dell’epatite. In questi casi viene consigliata una
terapia anti-virale concomitante.
Un altro possibile effetto collaterale è rappresentato dalle
reazioni di intolleranza durante le infusioni dei farmaci biologici.
Arrossamento, prurito e gonfiore nella sede della infusione sottocute
e crisi vasomotorie (anche anafilattiche) durante le somministrazioni
endovena sono state osservate e rappresentano motivo di sospensione
della terapia in un limitato numero di casi.
Nei soggetti che assumono farmaci biologici è stata osservata
la comparsa nel siero di auto-anticorpi (ANA e Anti-DNA) in bassa concentrazione
che non hanno determinato però l’emergenza di sintomi riferibili
a malattia autoimmune sistemica.
Nonostante il periodo di esposizione a questi farmaci non sia molto
lungo, non si è rilevato una maggiore incidenza di tumori nei
soggetti trattati, rispetto ai soggetti con AR non curati con farmaci
biologici. Considerata tuttavia l’importanza di questo aspetto,
un attento monitoraggio anti-tumorale si impone nella pratica terapeutica
con questi farmaci.
Questi farmaci possono essere utilizzati fino alla diagnosi di gravidanza,
quindi sospesi, nonostante non sembrino determinare malformazioni fetali.
Nei soggetti anziani (età > 65 anni) i farmaci biologici anti-TNF
sono molto efficaci, ma determinano un maggiore rischio di infezioni,
specie se associati a maggiori dosaggi di cortisonici.
L’armamentario terapeutico a disposizione del reumatologo si è
arricchito negli ultimi anni di altri farmaci biologici (e molti altri
sono in studio) che permettono di curare anche i pazienti in cui gli
anti-TNF si siano dimostrati inefficaci o abbiano determinato intolleranza.
Tra questi citiamo farmaci in grado di bloccare l’azione ei linfociti
T regolatori (Abatacept) o dei linfociti B che producono il fattore
reumatoide e altri auto-anticorpi (Rituximab). Assai promettente è
anche il Tocilizumab (anti-Interleukina 6), di prossima introduzione
nel prontuario terapeutico, che potrà essere validamente usato
in monoterapia.
Il vero problema: il costo della terapia
con farmaci biologici
Un problema importante è rappresentato dai costi elevati di queste
terapie che rende necessaria una oculata appropriatezza del loro impiego.
Siccome non vi sono evidenze che, specie all’esordio dell’artrite,
i farmaci biologici siano significativamente più efficaci di
quelli tradizionali nell’indurre la remissione clinica, essi vanno
riservati ai casi di fallimento del Methotrexate e degli altri anti-reumatici
convenzionali.
Una buona pratica clinica prevede che all’esordio di malattia
questi farmaci vengano considerati nei casi in cui non venga raggiunta
la remissione mediante anti-reumatici e che nei casi evoluti di malattia
vengano impiegati quando l’attività di malattia artritica,
resistente ai farmaci convenzionali, sia elevata.
I farmaci biologici trovano indicazione di impiego anche in altre malattie
reumatiche infiammatorie croniche. In particolare si sono dimostrati
capaci di ridurre l’attività e l’evoluzione della
Spondilite Anchilosante e dell’Artrite Psoriasica.
Quattro Centri di Reumatologia della Regione Lombardia (Spedali Civili
di Brescia, Policlinico di Pavia, Ospedale Sacco di Milano, Istituto
Ortopedico G. Pini di Milano), hanno contribuito alla creazione del
Registro più grande d’Italia. Oltre 1.100 malati di AR
evoluta e resistente ai farmaci convenzionali, esposti ai biologici
anti-TNF, sono stati seguiti per oltre 3 anni. Una soddisfacente riduzione
dei sintomi e dei segni di malattia è stata ottenuta in oltre
il 70% dei pazienti. Gli effetti indesiderati rilevati fanno confermare
il buon profilo di sicurezza, confermando quanto già noto, soprattutto
riguardo alle infezioni.
Non solo farmaci per la cura dell’artrite
Il malato cui viene posta la diagnosi di AR ha oggi maggiori possibilità,
rispetto al passato, di soffrire meno dolore e limitazione funzionale,
soprattutto se la diagnosi e la terapia sono precoci.
E’ stato dimostrato che spesso è il malato medesimo a ritardare
l’inizio della terapia. Ciò è motivato dalla ricerca
di conferme diagnostiche e di approcci terapeutici non convenzionali.
I media e internet offrono oggi una pletora di informazioni che spesso
non sono scientificamente provate o, peggio, ingannevoli. Per tali motivi
i reumatologi stanno attuando uno sforzo finalizzato a una corretta
informazione dei malati e dell’opinione pubblica.
Al momento della diagnosi il medico ha il compito gravoso di informare,
senza inutili allarmismi, il paziente e di educarlo ad una serena convivenza
con la malattia e, soprattutto, con la terapia che dovrà essere
a lungo proseguita. Il malato deve essere seguito nel tempo da medici
che dimostrino disponibilità all’ascolto dei suoi problemi
e deve poter discutere le migliori opzioni terapeutiche e le eventuali
alternative in caso di mal tolleranza dei farmaci. Il malato può
essere istruito alla interpretazione degli esami routinari imposti dall’impiego
di farmaci: ciò può far risparmiare tempo in coda dal
proprio medico di famiglia.
Il malato che ha disturbi del sonno o sintomi psicodepressivi ha una
percezione amplificata del dolore e della stanchezza. E’ quindi
imperativo un supporto medico per favorire un sonno riposato e affrontare
e combattere la depressione. A tal fine anche il consiglio alla partecipazione
attiva nella associazione di volontariato può contribuire, attraverso
l’aumento dell’autostima, a ridurre la solitudine e la depressione.
Infine non va mai trascurato il ruolo fondamentale dell’esercizio
fisico che può controbilanciare, unitamente a norme dietetiche
finalizzate al controllo del peso corporeo, l’impoverimento della
capacità funzionale che ogni malattia reumatica può determinare.
Per le forme di artrite più evoluta, là dove si sia istaurato
un danno anatomico articolare, diviene necessario il parere specialistico
dell’ortopedico e/o del fisiatra. E’ auspicabile che il
malato possa essere accompagnato in questi percorsi dal proprio reumatologo
che possa discutere con gli altri specialisti le migliori opzioni terapeutiche,
compatibili con i farmaci in uso e con il grado di attività dell’artrite.
Per questo è operativo presso l’A.O. Spedali Civili di
Brescia un ambulatorio multidisciplinare ortopedico, fisiatrico, reumatologico
(ORF) che ad oggi ha portato alla valutazione congiunta di oltre 400
malati.
Conclusioni
L’Artrite Reumatoide è una malattia cronica che può
esitare, in numerosi pazienti, in importante disabilità, riduzione
della qualità e quantità di vita e in progressivo incremento
di costi economici, correlati al grado di evoluzione.
E’ stato dimostrato che un intervento specialistico terapeutico
precoce, con farmaci anti-reumatici, è in grado di arrestare,
o quantomeno rallentare, questa evoluzione distruttiva articolare invalidante
e di ripristinare qualità e quantità attesa di vita. Questa
opportunità si basa sulla diagnosi precoce. E’ necessario
quindi un programma di informazione alla popolazione e una stretta integrazione
del Medico di Medicina Generale che per primo valuta il malato con esordio
di artrite con lo specialista che proporrà e gestirà la
terapia. Nonostante il tentativo di induzione di una stabile remissione
all’esordio di malattia poggi sull’impiego dei tradizionali
farmaci anti-reumatici, l’attuale disponibilità dei farmaci
biologici incrementa le possibilità di vincere la guerra contro
l’Artrite Reumatoide.
L’informazione e l’educazione del malato alla gestione della
propria cura e del proprio benessere fisico e psicologico, rappresentano
momenti importanti dell’azione del reumatologo che è impegnato
alla costruzione del rapporto multispecialistico su cui il paziente
può contare per tutta la durata della sua malattia.
Bibliografia essenziale
1. Harris ED Jr Rheumatoid arthritis: pathophysiology and implications
for therapy. N Eng J Med 1990; 322: 1277-1289
2. Wolfe F, Zwillich SH. The long-term outcomes of rheumatoid arthritis:
a 23-year prospective, longitudinal study of total joint replacement
and its predictors in 1,600 patients with rheumatoid arthritis. Arthritis
Rheum 1998; 41: 1072-82G.
3. Valesini et al. Recommendations for the use of biologic (TNF-? blocking)
agents in the treatment of rheumatoid arthritis in Italy. Clin Exp Rheum
2006;24;4;413-423