MA.R.I.C.A
Malattie Reumatiche Infiammatorie Croniche e Autoimmuni
SINDROME DA ANTIFOSFOLIPIDI: TRATTAMENTO PROFILATTICO DELLA GRAVIDANZA. Angela Tincani, Genesio Balestrieri, Roberto Gorla, Marco Taglietti, David
Faden, Andrea Lojacono, Roberto Cattaneo. Servizio di Reumatologia e Immunologia Clinica e Divisione di Ostetricia
e Ginecologia, Ospedale Civile di Brescia |
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LA
STORIA Il
legame tra anticorpi anti fosfolipidi (aPL) e patologia ostetrica è dimostrato
dal fatto che gli aPL sono stati identificati negli anni '50 quando è
stato osservato un difetto dei test di coagulazione fosfolipido-dipendenti
in pazienti con ripetuti aborti del II trimestre di gravidanza, talvolta
associato a fatti trombotici, spesso nel contesto di una malattia autoimmune
sistemica come il lupus. Questo difetto, dovuto alla presenza di anticorpi
che legano i fosfolipidi e pertanto impediscono l’assemblaggio del complesso
attivatore della protrombina, si manifesta col prolungamento dei tempi
di coagulazione in vitro e pertanto era stato chiamato Lupus Anticoagulant
(LAC). Anche quando negli anni '80 gli aPL sono stati indagati con il
test degli anticorpi anticardiolipina (aCL) una delle più sicure associazioni
cliniche è stata quella con la patologia abortiva, nell’ambito della malattia
lupica o in donne altrimenti sane (aborto idiopatico). Per
questo motivo la presenza di aPL, indagati con il LAC e/o con gli aCL,
in donne con con taluni problemi ostetrici (più di 3 aborti, o morte endouterina
del feto, o preeclammpsia con severo ritardo di crescita) è andata configurando
una popolazione di pazienti originariamente definite come “Lupus Ostetrico”.
Nel corso degli anni questa dizione è stata abbandonata dal momento che
la patologia ostetrica così definita è stata ritenuta uno dei criteri
clinici classificativi per
la Sindrome da Antifosfolipidi (tab 1). Tab.
1- Dichiarazione di Consenso Internazionale sui Criteri
classificativi della Sindrome da Antifosfolipidi da
Wilson W, Gharavi A, et al.; Arthritis Rheum. 1999 in press. Richiesti: 1 o più criteri clinici ed 1 o più criteri
laboratoristici nello stesso paziente.
PROFILASSI DELL’ABORTO La
responsabilità degli anticorpi nel causare problemi ostetrici è ampiamente
dimostrata sia dai dati di patologia sperimentale sia dai quelli derivati
dallo studio prospettico di pazienti con LES ed anticorpi (1), sia ancora
dalla osservazione prospettica di donne gravide con APL (2).
E’ quindi comprensibile come i primi tentativi terapeutici
degli anni '80 abbiano utilizzato un trattamento steroideo a dosaggio
immunosopressivo (3) associando aspirina a basso dosaggio come antiaggregante.
Benchè questo trattamento si sia mostrato allora e anche in studi successivi
(4) certamente efficace nel migliorare la prognosi fetale, uno studio
controllato del 1992 (5), ha mostrato come altrettanto efficace sia l’utilizzo
di epariana a dosaggio profilattico, anche in questo caso in associazione
con basse dosi di aspirina, con il vantaggio non indifferente che il trattamento
con eparina sembra indurre un minor numero di complicanze ostetriche (parto
pretermine, ipertensione, etc.). D’altra parte anche l’uso dell'aspirina a basso dosaggio, originariamente
impiegata come antiaggregante e come prevenzione di fatti occlusivi arteriosi,
trova nella letteratura recente dei risultati contrastanti. In effetti
2 studi condotti su pazienti ostetriche a basso rischio (cioè escludendo
pazienti con precedenti trombosi o malattie autoimmuni), riportano una
sopravvivenza fetale intorno al 40% nelle gravidanze trattate con la sola
aspirina (6,7). Tuttavia un precedente trial controllato,sempre su pazienti
a basso rischio, rilevava in soggetti trattati con la sola aspirina allo
stesso dosaggio un esito favorevole della gravidanza nel 100% dei casi
osservati (8). Risultati
analoghi a quest'ultimo sono stati anche riportati in altri numerosi studi
non randomizzati (9,10). La
scarsa chiarezza ottenuta dagli studi controllati applicati a questo particolare
settore nasce dal fatto che, in questo ambito, permangono oggi diversi
problemi non risolti. Si pensi per esempio alla nota, e purtroppo non
recente, estrema difficoltà di ottenere dati riproducibili con la dignostica
di laboratorio degli aPL (11) o ancora alla estrema disomogeneità delle
pazienti che possono essere incluse negli studi (con LES o senza LES,
con episodi trombotici precedenti o meno, etc.).
Nonostante la situazione, non certo chiara, è innegabile come la conoscenza della sindrome e l’applicazione di un trattamento (evidentemente evolutosi nel corso degli anni in seguito alle nuove informazioni via via acquisite), abbia radicalmente mutato la prognosi ostetrica delle donne con aPL (12 e fig. 1 e 2). In questo radicale cambiamento è verosimile che anche l’attento manegment ostetrico abbia giocato un ruolo non trascurabile.
1- Anamnesi ostetrica di 50 pz con Sindrome da Antifosfolipidi diagnosticata per patologia ostetrica. 2- Esito di
51 gravidanze seguite prospetticamente in 57 pazienti con Sindrome da
Antifosfolipidi (Servizio di Immunologia Clinica -Clinica Ostetrica, Ospedale
do Brescia. Gennaio 1984/ Giugno 1999) . Legenda: MEU- Morti endouterine; AS- Aborti spontanei, NV- nati vivi. Attualmente
la profilassi della perdita fetale nelle pazienti con APS è generalmente
basata sulla scoagulazione e l’antiaggregazione. Dal momento che
la warfarina attraversa la placenta ed è teratogena tra la 6° e 12° settimana
di gestazione, il trattamento anticoagulante viene effettuato con eparina
. E’
comunque opportuno sottolineare che non esista un trattamento standard
per tutte le pazienti gravide con aPL e che quindi il trattamento debba
essere calibrato alla situazione clinica. Per questo motivo facciamo seguire
schematicamente le linee guida tratte dalla letteratura corrente per la
profilassi dell’aborto in pazienti con aPL in diverso contesto clinico. a)
PROFILASSI DELL’ABORTO IN PAZIENTI CHE HANNO GIA’ AVUTO TROMBOSI In
questi casi il trattamento anticoagulante usualmente in atto, deve essere
trasformato in trattamento eparinico. Questa operazione negli anni scorsi
veniva generalmente compiuta prima del concepimento, il che talvolta esponeva
le donne a lunghi trattamenti eparinici, notoriamente non liberi da effetti
collaterali, dal momento che la data del concepimento non è sempre prevedibile.
Attualmente, visto che come si è detto la teratogenicità della warfarina
non si verifica prima di 6-7 settimane viene suggerito di iniziare il
trattamento eparinico dopo che il test di gravidanza è positivo (13).
Nel caso di eparina non frazionata, la quantità andrebbe dosata
tenendo conto del valore del tempo di tromboplastina parziale (PTT) e
portandolo col trattamento ad un valore di 1,5-2 rispetto al controllo,
cosa che fuori gravidanza si ottiene in genere con la somministrazione
sottocutanea di 5000 U due volte al dì; in gravidanza probabilmente l’eliminazione
è più rapida e la quantità andrebbe tarata di volta in volta sul valore
del PTT. E’ discusso se questo valore vada preso al picco dopo la somministrazione
o immediatamente prima della successiva inoculazione. La recente introduzione
della eparina a basso peso molecolare, che presenta una serie di vantaggi
pratici rispetto all'eparina non frazionata, pone il problema del monitoraggio
in quanto la quantità da somministrare andrebbe verificata tramite l’inibizione
del fattore Xa, che oggi non è ancora molto diffuso. Al momento, pertanto,
l'eparina a basso peso molecolare viene generalmente utilizzata alla dose
consigliata come profilattica per la preparazione che deve essere impiegata. b)
PROFILASSI DELL’ABORTO IN PAZIENTI CON SOLI PROBLEMI OSTETRICI Il
trattamento di queste pazienti è simile a quello precedentemente esposto.
L’unica differenza significativa è che la paziente non è generalmente
in trattamento scoagulante prima della gravidanza. Il trattamento di mantenimento
fuori gravidanza di questi soggetti è nella larga maggioranza dei
casi aspirina a basso dosaggio. Il trattamento con eparina sarebbe pertanto
da aggiungere dopo il primo rilievo ecografico di battito cardiaco fetale,
in genere intorno alle 6 settimane di gestazione. c) PROFILASSI
DELL’ABORTO IN PAZIENTI CHE NON HANNO MAI ABORTITO In questo gruppo vengono comprese donne con aPL ma che non hanno mai sperimentato aborti nè trombosi. Appartengono evidentemente a tale categoria pazienti con malattie autoimmuni sistemiche che vengono studiate a causa della loro malattia. L’indicazione è pertanto quella di continuare il trattamento
di base nel modo più vicino possibile a quello originale compatibilmente
con la gravidanza e i problemi legati alla tutela del feto. Per la presenza
degli aPL viene generalmente associata aspirina a basso dosaggio. Anche in donne senza patologia autoimmune sistemica e senza
precedenti aborti, che “per caso” abbiano avuto riscontro di positività
degli aPL, la antiaggregazione è l’atteggiamento terapeutico più condiviso
anche se taluni autori non ne vedono la reale necessità. In caso di trombocitopenia in pazienti senza anamnesi ostetrica
positiva non ci sono indicazioni precise se non l’uso di corticosteroidi
(14). Comunque la piastrinopenia presumibilmente non protegge dall’eventuale
rischio di aborto (visto che è dimostrato che non protegge dal rischio
trombotico), coseguentemente con valori piastrinici > 100.000 potrebbe
essere indicato l’uso di aspirina a basso dosaggio. BIBLIOGRAFIA
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