Definizione,
quadro clinico ed epidemiologia
La Fibromialgia (FM) è classificata tra i reumatismi extra-articolari,
di natura funzionale. E’ caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico
diffuso cronico e dalla presenza di punti dolorosi (tender points) caratteristici
(figura 1).
La FM è inoltre caratterizzata da intensa stanchezza, già
presente al risveglio mattutino, che si associa ad un corteo di sintomi
neurovegetativi che spesso portano il malato a consultare molteplici
specialisti e ad eseguire innumerevoli indagini di laboratorio e strumentali,
prima che la diagnosi venga definita. Tra questi sono assai frequenti:
disturbi intestinali, disordini del ciclo mestruale, cefalea, tachicardia,
dispnea, ansia e depressione del tono dell’umore. Per tali motivi
la Fibromialgia, così definita dal reumatologo, viene diversamente
denominata da altri specialisti che affrontano aspetti diversi di un’unica
sindrome: colon irritabile dal gastroenterologo, cefalea muscolotensiva
dal neurologo, sindrome dismenorroica non classificabile dal ginecologo,
sindrome da intolleranze multiple non allergiche dall’allergologo,
dolore toracico idiopatico dal cardiologo, ecc.
La FM viene definita primaria, o idiopatica, quando non è associata
ad altra patologia; viene definita secondaria quando viene diagnosticata
in associazione ad altre condizioni cliniche (patologie croniche nella
maggior parte dei casi).
La FM primaria è una condizione frequente (circa il 2% della
popolazione) e colpisce preferenzialmente, senza esclusione di età,
le donne (M/F = 1/9). Tra le affezioni muscoloscheletriche è
seconda solo all’osteoartrosi.
La causa
Non è nota la causa della FM e la patogenesi è ancora
scarsamente chiarita. Sicuramente, come dimostrato in patologia comparata,
è centrale (presente in ogni soggetto) un disturbo del sonno
e del riposo notturno. Questi malati sono inoltre accomunati dalla sensazione
di stanchezza maggiore al risveglio mattutino, rispetto alla sera precedente.
Al dolore si accompagnano contratture dolorose muscolari di entrambi
i cingoli e paravertebrali, anch’esse più intense al risveglio.
Questi malati hanno scarsa resistenza allo sforzo e alla concentrazione
prolungata, che spesso viene imputata alla cefalea.
La riduzione, dimostrata negli animali, di serotonina e di altri neurotrasmettitori,
a livello encefalico è responsabile della riduzione della soglia
del dolore e della amplificata percezione di stimoli dolorosi e neurovegetativi.
Questa osservazione giustifica il largo impiego di anti-depressivi che
viene fatto per la terapia di questi soggetti. Nei soggetti con FM,
rispetto ai soggetti sani, sono stati riscontrati ridotti livelli serici
di serotonina e incrementati livelli di sostanza P, che determina la
riduzione della soglia del dolore.
La diagnosi
La diagnosi di Fibromialgia è clinica (basta una visita da parte
di un medico esperto); non esistono test di laboratorio o esami strumentali
che aiutino la diagnosi. La presenza di dolore artro-muscolare diffuso
(presente sia nel lato destro che sinistro, superiore e inferiore del
corpo), perdurante da oltre un mese, con dolore evocato alla pressione
(4 Kg/cm2) di tipici “trigger points” (almeno 11 su 18),
in assenza di altre condizioni patologiche a giustificazione del quadro
clinico, è sufficiente per la diagnosi (figura 1).
La diagnosi differenziale è importante per la definizione diagnostica
di FM primaria e per non sottovalutare, con ritardo diagnostico, condizioni
patologiche di maggior gravità, quali la Sclerosi Multipla e
le connettiviti.
La Fibromialgia “secondaria”
La Fibromialgia compare frequentemente nelle affezioni muscolo-scheletriche
croniche, quali le artriti e l’osteoartrosi. Nelle artriti il
dolore, tipicamente notturno, determina una alterazione del sonno e
del riposo che sono al centro della patogenesi della FM. Inoltre, lo
stato di frustrazione derivante dalla perdita di capacità funzionale
e indipendenza, nonché la preoccupazione per l’evoluzione
futura del danno anatomico, inducono ansia e riduzione del tono dell’umore.
Non è infrequente che pazienti portatori di Artrite Reumatoide
o di Spondilite sviluppino una sindrome dolorosa, miofasciale diffusa,
definibile come Fibromialgia secondaria. Spesso il reumatologo osserva
un miglioramento dell’artrite in terapia, ma il paziente prosegue
a lamentare intenso dolore. Gli indici soggettivi di percezione del
dolore (scale visuo-analogiche di dolore e salute complessiva) rientrano
tra le valutazioni di risposta clinica alla terapia (e.g. Disease Activity
Index). L’incremento del punteggio degli indici compositi implica
scelte terapeutiche con potenziamento della terapia farmacologia e,
oggi, nella scelta delle terapie con i farmaci biologici (File F). La
presenza di una fibromialgia secondaria nelle artriti, può determinare
un inutile e costoso maggior impiego delle terapie farmacologiche, là
dove sarebbe più opportuno intervenire invece sull’incremento
della soglia del dolore.
La prognosi
La Fibromialgia non toglie un’ora di vita, ma può “avvelenare”
ogni ora della vita. La qualità di vita del paziente fibromialgico
è peggiore di quella indotta da malattie considerate ben più
gravi, quali l’artrosi, le artriti e le connettiviti.
La convivenza cronica con dolore e stanchezza può provocare depressione
e assenza di progettualità. A loro volta queste condizioni aggravano
la fibromialgia.
La terapia
La gestione del malato con fibromialgia, spesso avversata da molti medici
per l’enorme carico di “tempo lavoro” richiesto e
i frequenti insuccessi terapeutici, ripropone il tema della medicina
“scienza e arte”. Spesso questi malati vengono semplicemente
definiti ansiosi, “psicosomatici”, o malati immaginari e
raramente considerati dal medico che ha osservato la negatività
di ogni accertamento diagnostico proposto.
La terapia della fibromialgia non è standardizzata, ma sicuramente
non può basarsi solamente sui farmaci. Questi (anti-depressivi,
ansiolitici, anti-infiammatori, cortisonici, anti-dolorifici, miorilassanti,
anti-convulsivanti, ecc.) vengono spesso mal tollerati e, nei casi migliori,
dimostrano un’efficacia non duratura. Metodiche di fisiochinesiterapia
vengono spesso attuate con scarsa adesione del malato e quindi con discutibili
risultati. L’esercizio muscolare aerobico è assai importante,
in grado di migliorare tutti i sintomi, ma è necessario dapprima
ridurre di intensità il dolore miofasciale e la stanchezza, perché
possa essere eseguito.
Il medico, per ottenere successo nella gestione della FM, si deve proporre
come medicina, esso medesimo. L’ascolto compassionevole del paziente,
la delucidazione con parole semplici dei meccanismi fisiopatologici
che determinano il dolore percepito nella FM, la rassicurazione sulla
non gravità della malattia, sull’aspettativa di vita e
sulla possibilità di miglioramento, sono alla base di un successo
terapeutico.
Come asserito dalla Associazione Americana della FM, il primo punto
della terapia della FM si basa sulla pianificazione di un pacchetto
di controlli ravvicinati nel tempo, per non abbandonare il malato. Al
paziente viene richiesto di partecipare attivamente alla propria cura,
tendendo ad incrementare l’autostima e il grado di volontà
a reagire alla condizione patologica. Spesso la cura inizia nella presa
di coscienza da parte del malato di non essere affetto da una patologia
che abbrevierà la vita, della non necessità di ulteriori
indagini di laboratorio e strumentali, nella possibilità di miglioramento
del dolore e della qualità di vita. Il paziente collabora attivamente
alla propria cura con l’esecuzione costante di esercizio aerobico,
appreso mediante programmi educazionali. La partecipazione sociale (gruppi
di auto-aiuto e volontariato) esitano spesso in una migliore convivenza
con la propria malattia. Metodologie di medicina complementare, basate
sulla meditazione, possono risultare assai utili ai pazienti che abbiano
la volontà di apprenderle ed applicarle con costanza. La terapia
cognitivo-comportamentale, abbinata all’esercizio muscolare è
in gradi di ridurre la percezione del dolore, incrementare la capacità
funzionale e la qualità di vita.
Il vero problema
La fibromialgia, sebbene frequente, è poco nota ai medici e,
nel migliore dei casi, sottovalutata. Spesso con il termine di “malato
psicosomatico” viene liquidato il problema e il paziente. Anche
per questo motivo il malato è poco creduto in famiglia: “non
c’è motivo al tuo dolore e alla tua stanchezza”.
Ecco quindi che la solitudine e la paura tendono a modificare il tono
dell’umore che, col durare della malattia, tende alla depressione.
Le associazioni dei malati reumatici sono impegnate al tentativo di
far conoscere e riconoscere a livello ministeriale questa malattia.
I costi sociali da essa indotta (continue indagini laboratoristiche
e strumentali alla ricerca del perché dei sintomi) sarebbero
ridotti se solo venisse diagnosticata e curata. Soltanto la Provincia
Autonoma di Bolzano ha riconosciuto questa malattia, come già
in atto nella maggioranza dei paesi dell’Unione Europea.
Eppure sarebbe sufficiente una esenzione dalla partecipazione alla spesa
sanitaria (ticket) per le sole visite specialistiche (reumatologiche,
fisiatriche, neurologiche, psichiatriche), già che sono inutili,
a diagnosi avvenuta, esami ematici e strumentali.